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Nuovi orizzonti
Cina grande potenza
economica? Bella forza!
Se nessuno ha mai sentito
parlare di sfruttamento del lavoro minorile, "turni" lavorativi di 14/15 ore
giornaliere, paghe indicibilmente basse e via dicendo allora forse è meglio
che si faccia una cultura, almeno generale sull'argomento, visto che ci
riguarda da vicino e in futuro da vicinissimo dal momento che Cina e cinesi
sono già penetrati in tutti i mercati mondiali. Chi invece è già al corrente
può leggere quanto riportato sotto, recuperato da documentazione varia e
riassunto all'osso, non essendo questa la sede per discuterne
approfonditamente; ma sempre di finanze ed economia parliamo e soprattutto
dei nostri portafogli sempre meno gonfi da qualche anno a questa parte,
quindi l'argomento è pertinente.
Da wikipedia
Il
termine laogai si riferisce, propriamente, ad una particolare forma
di lavoro forzato della Repubblica Popolare Cinese. Il termine è anche usato
in modo generalizzato per indicare le diverse forme di lavoro forzato
previste dal sistema giuridico e carcerario cinese, che include anche il
laojiao ("rieducazione attraverso il lavoro") e il jiuye
(letteralmente "personale addetto al lavoro forzato", ma viene da
alcuni considerato una forma indiretta di reclusione). Lo stesso termine
laogai, in senso invece restrittivo, viene talvolta usato per indicare un
campo da lavoro. Le condizioni di vita dei forzati e il loro impiego come
forza lavoro sono spesso indicati come lesivi dei
diritti umani.
A questo proposito occorre tener presente che la Convenzione
dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ONU)
del 25 giugno
1957 che
chiede l'abolizione della condanna ai lavori forzati non è mai stata
ratificata dalla Cina. Diverse fonti sostengono che nei campi di lavoro
vengano comunemente applicati la tortura, la rieducazione politica e che vi
sia un alto grado di mortalità dei prigionieri riconducibile a
maltrattamenti di vario tipo. È anche altamente controverso il tema dell'uso
che il governo cinese fa della manodopera a costo quasi nullo costituita dai
carcerati, che secondo alcune fonti sarebbero sottoposti a ritmi di lavoro
disumani e al limite dello schiavismo.
Estratto da un documentato articolo di V.
Piattelli
Il numero dei Laogai e dei
prigionieri è un segreto di stato. Secondo il Gruppo di Lavoro delle Nazioni
Unite sul Lavoro Forzato e la Detenzione Arbitraria, pubblicato nel 1997
dopo un viaggio in Cina, ci sono 230.000 persone in 280 campi di
rieducazione attraverso il lavoro. La Laogai Research Foundation ha però
individuato almeno 1000 campi in Cina e stima il numero dei detenuti fra i 4
e i 6 milioni di persone: dalla creazione del sistema dei Laogai fra i 40 e
i 50 milioni di persone vi sono state imprigionate, tanto che in Cina
praticamente ogni cittadino è imparentato o conosce qualcuno che è finito
nei Laogai. Il Laogai non è un semplice sistema carcerario; secondo il
Ministero per la Pubblica Sicurezza, il loro scopo è trasformare i criminali
in persone che "obbediscono alla legge, rispettano le pubbliche virtù, amano
il proprio paese, amano il lavoro duro, e possiedono certi standard
educativi e abilità produttive per la costruzione del socialismo". In questo
modo infatti viene rafforzato il controllo del Partito Comunista sopprimendo
qualsiasi segno di dissenso. Fra i prigionieri politici dei Loagai si
trovano attivisti pro-democrazia, sindacalisti, religiosi e fedeli di varie
fedi e minoranze etniche come i tibetani, gli uiguri e i mongoli.
Una volta nel Laogai, il detenuto viene costretto
a “confessare” i suoi crimini, denunciare qualsiasi opinione anti-Partito e
sottoporsi al regime di rieducazione e lavoro forzato. I funzionari dei
Laogai devono attenersi all’enfasi tradizionale sulla riabilitazione dei
prigionieri per trasformarli in “nuove persone socialiste”, raggiungendo
allo stesso tempo precisi livelli di produttività e di profitto imposti
dall’alto. Tutti i prigionieri dei Laogai sono sottoposti al lavoro forzato,
le cui condizioni e tipo cambiano da campo a campo. Alla Laogai Research
Foundation sono noti molti resoconti di prigioneri costretti a lavorare fino
a 16-18 ore al giorno per aggiungere le famigerate “quote”. Se le quote non
vengono raggiunte, al prigioniero viene diminuito il cibo. Spesso i
prigionieri sono costretti a lavorare in condizioni malsane o pericolose,
comprese le miniere di sostanze tossiche. A volte le condizioni di lavoro
sono meno pesanti e il trattamento più umano. In ogni caso i prigionieri non
vengono mai pagati per il loro lavoro o per qualsiasi profitto derivato dal
loro lavoro.
Il Laogai è parte
integrante dell’economia cinese
La manodopera gratuita e coatta permette di
abbassare i prezzi dei prodotti e conquistare i mercati mondiali. Ma è
possibile boicottare questo sistema? Difficile ... quasi impossibile.
Per sfruttare meglio i lavoratori forzati, le autorità studiano
continuamente nuovi mezzi per aumentare al produttività dei lavoratori
forzati. Il lavoro forzato è visto soltanto come un mezzo ulteriore per
aumentare i profitti. I milioni di persone rinchiusi nei Laogai sono il più
grande numero di persone sottoposte al lavoro forzato oggi nel mondo. La
Laogai Research Foundation e altri gruppi per i diritti umani hanno talvolta
individuato alcune merci prodotte nei Laogai sui mercati internazionali.
Anche se molti stati (es. Unione Europea e Stati Uniti d’America) vietano
l’importazione di beni prodotti nei Laogai, le autorità cinesi camuffano
l’origine di queste merci e rendono impossibile riconoscerle. A volte
perfino merci non marchiate con la dicitura “Made in China” è possibile che
siano state prodotte dai prigionieri forzati dei Laogai. Facciamo un
esempio: un marchio statunitense si affida a a un’azienda di import-esport
cinese per trovare un’industria cinese dove far produrre i propri prodotti,
questa a sua volta appalta una porizione del processo industriale a un campo
Laogai, dove i prigionieri devono riempire quote loro assegnate, altrimenti
vengono loro ridotte le razioni di cibo. Con un sistema economico
intersecato come quello moderno, non c’è modo di evitare questi prodotti
finché il governo cinese non accetta di far chiarezza sui Laogai (cosa che
ovviamente non è nel suo interesse).
Fed e crisi economica
L’insieme dei nuovi
strumenti finanziari, certamente non solo il tanto discusso fenomeno
subprime ha portato l’economia americana, condizionando in buona parte
anche quella mondiale, a utilizzare la leva finanziaria in modo purtroppo
eccessivo e smisurato, soprattutto ultimamente, come se potesse supplire ad
altre carenze come la panacea di tutti i mali; un po’ come dire:”non va più
questo ma da qualche parte dobbiamo fare utili quindi inventiamoci qualcosa
di nuovo” e le banche di tutto il mondo in questo sono maestre, quasi sempre
a scapito del cliente.
Porre un freno, che in
questo caso dovrebbe essere necessariamente molto forte, quasi sicuramente
porterebbe a illustri e diffusi fallimenti degli intermediari finanziari,
aumentando così il rischio di vedere concretizzarsi uno spauracchio mai
realmente sopito e dimenticato proprio per gli effetti devastanti che causò
in passato: una fase di profonda depressione economica simile a quella
avvenuta fino alla metà degli anni “30. Le iniezioni di liquidità da cavallo
della Fed e i salvataggi, tanto all’interno del circuito finanziario (vedi
per es.la Bear Stearns) quanto al di fuori dello stesso in senso stretto,
pur essendo chiaramente negativi sono concepiti come un male necessario, una
cura e soprattutto una speranza di evitare la ben più insidiosa spirale
debito/deflazione.
Gli interventi della FED, mai così
frequenti negli ultimi decenni come in questo momento, possono essere
classificati in due grandi operazioni: le
depository
institutions
ed i
primary dealers.
Le
depository
institutions
sono banche commerciali che fanno parte del
Federal Reserve
System,
pertanto soggette alla regolamentazione
bancaria USA. Invece, i
primary dealers
sono 20
investment bank
con le quali la Fed effettua operazioni di mercato (acquista e vende titoli
di Stato).
-
Operazioni standard di mercato aperto:
lo strumento tradizionale di politica monetaria con cui la Fed acquista
e vende dai
primary dealers titoli di Stato
USA. Il controvalore dell’operazione viene accreditato dalla Fed sui
conti dei
primary dealer
detenuti presso le
depository
institutions. Così le riserve del
sistema bancario aumentano o diminuiscono e il
fed funds rate
scende o sale rispettivamente. Tali operazioni vengono condotte una o
più volte al giorno in base alle condizioni di liquidità del mercato
interbancario. Appartengono a questa tipologia di operazioni anche i
repurchase
agreement (repo), molto simili a pronti
contro termine in cui si scambiano titoli di Stato o obbligazioni emesse
(o garantite direttamente) dalle agenzie governative. La loro durata può
variare da 1 giorno (overnight)
a 14 giorni e il tasso d’interesse è funzione delle condizioni di
mercato.
-
Operazioni di mercato aperto "single tranche":
uno strumento nuovo di politica monetaria, creato negli ultimi mesi, con
cui la Fed stipula una serie di
repo
per un valore complessivo di 100 miliardi di
dollari che si svolgeranno a
tranches.
Nella prima tranche i
primary dealers
potranno porre come garanzie collaterali solo titoli di Stato USA. Nella
seconda tranche potranno usare come garanzia anche obbligazioni emesse
dalle agenzie governative e nella terza
tranche
anche le
Mortgage-Backed-Securities (MBS) emesse
(o direttamente garantite) dalle agenzie governative. A differenza dei
repo
tradizionali, la durata dei
single tranche,
condotti una volta a settimana, può arrivare fino a 28 giorni;
-
Primary Dealer Credit Facility (PDCF):
uno strumento nuovo di politica monetaria, creato il 16 marzo 2008, con
cui la Fed eroga prestiti
overnight
direttamente ai
primary dealers
a fronte di un ampio ventaglio di garanzie collaterali come ad esempio:
titoli di Stato, obbligazioni emesse dalle agenzie governative, MBS
emessi o garantiti dalle agenzie governative, obbligazioni
investment grade
(tra cui obbligazioni municipali e
corporate,
MBS privati e Asset-Backed Securities, ABS). L’operazione viene
effettuata su richiesta della controparte e il tasso applicato è il
primary discount
window;
-
Term Securities Lending Facility (TSLF):
uno strumento nuovo di politica monetaria, creato il 10 marzo 2008, con
cui la Fed presta titoli di Stato ai
primary dealers
in cambio di un’ampia varietà di titoli. In pratica, è un pronti contro
termine ma non titoli contro moneta bensì titoli contro titoli. I titoli
che la Fed accetta per questo tipo di operazione sono: titoli di Stato,
MBS emessi o garantiti dalle agenzie governative,
Residential
Mortgage-Backed Securities (RMBS)
privati con rating tripla A,
Commercial
Mortgage-Backed Securities (CMBS) e
Collateralized
Mortgage Obligations (CMO) emessi dalle
agenzie governative. Le operazioni vengono condotte su base settimanale
e hanno durata di 28 giorni;
Qui sotto invece vengono elencate le
operazioni che la Fed, tramite le sue 12 banche regionali, conduce con le
depository
institutions:
-
Discount Window:
con questo strumento tradizionale di politica monetaria la Fed eroga
prestiti direttamente alle banche che ne fanno richiesta. La durata del
prestito è solitamente
overnight
ma può arrivare fino a 15/20 giorni. Il tasso applicato è il
discount rate
e in base alla solidità finanziaria della banca può essere
primary
o
secondary. La lista delle garanzie
collaterali utilizzabili per questa tipologia di prestito è molto ampia
e va dai titoli di Stato ai
credit card
receivables, ed altri ancora;
-
Term Discount Window Program:
annunciato ad agosto 2007, in pratica consente alle
depository
institutions finanziariamente
più solide di estendere fino a 30 giorni il prestito ottenuto alla
discount window.
Di recente, il 16 marzo 2008, il termine è stato ulteriormente
prolungato fino a 90 giorni;
-
Term Auction Facility (TAF):
con questo nuovo strumento, avviato a fine 2007, la FED concede
ulteriori linee di credito alle
depository
institutions
per un periodo massimo di 28 giorni.
L’assegnazione e il tasso d’interesse vengono stabiliti in base a
un’asta alla quale sono ammesse tutte le
depository
institutions ritenute in solide
condizioni finanziarie. Le garanzie collaterali utilizzabili dalle
banche che si aggiudicano la liquidità sono le stesse ammesse per la
discount window.
Le aste sono annunciate ogni 2 settimane e ne sono già state condotte 8
(le prime 7 per un ammontare totale di 260 miliardi di dollari); la
prossima sarà condotta il 21 aprile. A differenza di quanto avviene alla
discount
window, i nomi di chi si aggiudica la
liquidità non vengono resi pubblici. In questo modo le banche a corto di
liquidità non vengono stigmatizzate dal mercato, aspetto di particolare
rilievo vista la fase caratterizzata da estrema incertezza sulla
solidità dei bilanci degli intermediari USA.
Per bilanciare i prestiti
erogati la Fed vende i titoli di Stato che compongono il suo attivo. Questo
permette di non immettere in modo permanente liquidità aggiuntiva nel
sistema economico (perché i prestiti sono a scadenza) ma semplicemente di
cambiare la composizione del suo attivo.
Chi non risica non
rosica?
Come di consueto saltuariamente diamo uno
sguardo fuori dai nostri confini. Oggi parliamo, non a caso, di un'azienda
americana che opera nel settore petrolifero e che negli ultimi tempi ha
ripreso la via del rialzo dopo il tracollo delle quotazioni in seguito alla
sua quotazione, ritornando vicino ai valori di massimo proprio negli ultimi
mesi. L'azienda è la Jayhawk Energy, quotata sull'OTC USA e di conseguenza è
un titolo ad alto rischio (chi conosce il funzionamento del mercato
comprende, per gli altri sarebbe utile conoscerne gli aspetti principali).
La corsa del petrolio, causa secondaria in realtà in questo caso,
accompagnata da tutta una serie di notizie riguardo l'acquisizione di aree
operative nonché di permessi di varia natura atti a incrementare in modo
esponenziale le attività dell'azienda hanno avuto in questo periodo una
influenza nettamente positiva e le quotazioni, negli ultimi tempi, sono
passate da meno di 1 $ a oltre 2,50 $, e attualmente quota tra 2 e 2,25 $.
E' chiaro che triplicare la valutazione in quattro mesi scarsi scoraggia
qualsiasi tentativo di entrata sul titolo; occorre considerare tuttavia che,
proprio per la natura del mercato di quotazione, salite (e discese) da
capogiro fanno parte della routine, quindi sarebbe opportuno valutare il
tipo di investimento (altamente speculativo) sia alla luce sia di questo
fatto (e delle possibilità che ne consegue) sia in relazione alla
documentazione che potrete trovare sotto e visionare con calma (è ovviamente
in inglese e riguarda le ultime notizie più importanti rilasciate come
documenti ufficiali dall'azienda stessa). L'attenzione ai volumi ed a
eventuali break out di prezzo così come storni e tenuta di supporti di
periodo potrebbero aiutare ad effettuare trades più consapevoli; solo per
curiosità e diritto di cronaca occorre precisare che le valutazioni degli
analisti non sono pervenute proprio per la scarsa affidabilità del titolo e
del mercato di riferimento, più che per l'azienda in sè. Chi invece opera
sulle cosiddette penny stocks ritiene molto interessante in ottica futura
(medio-lungo termine) l'acquisto del titolo; in alcuni casi si parla di
rivalutazioni almeno del 100/150%, qualcuno azzarda che potrebbe arrivare
anche a ridosso dei 10 $ (da questi prezzi dunque il 400% circa) mentre
qualcuno più ottimista del solito (o forse interessato!) parla di target nel
lungo periodo in area 25/30 $. Ai posteri l'ardua sentenza, agli investitori
l'arduo (o forse dolce) controllo del portafoglio!
Grafico

News

Il trader: un mestiere difficile
Provate a dire a chi capisce
poco oppure niente di mercati azionari, future, forex ecc. che fate il
trader a tempo pieno o part-time e nella maggior parte dei casi vedrete
facce sconcertate tipiche di chi pensa di aver capito tutt’altro oppure di
non sapere nemmeno di cosa si stia parlando; in qualche caso invece vi
sentirete rispondere: “ah bene sono proprio contento per te, adesso vado che
sono di fretta, ci sentiamo, ciao”, diciamo da chi rinuncia a iniziare un
discorso che pensa non gli darà alcuna soddisfazione e nel quale non
saprebbe come muoversi.
I motivi per cui la gente
spesso rinuncia a fare trading non è solo per il fatto di avere poco tempo,
semplicemente perché il bello di questa attività è che si può esercitare
tanto attraverso lo scalping puro dedicandole quindi quasi tutta la
giornata, quanto operando a livello giornaliero o settimanale, dedicandole
invece solo ritagli di tempo. La tecnologia odierna, inoltre, permette di
gestirsi molto bene anche fuori sede o in viaggio quasi ovunque, quindi
direi che il tempo è forse il minore tra i deterrenti. E’ assai difficile
allora capire come la più grande “fabbrica” di denaro al mondo in realtà sia
appannaggio di pochi; in realtà all’interno ci passano in molti, moltissimi,
ma la maggior parte tende ad accontentarsi di un “lavoro precario” (termine
tanto in voga oggi) e, scaduto il termine (finiti i soldi o nella migliore
delle ipotesi salvato il salvabile), si ritirano alla ricerca di qualcosa di
diverso e più decifrabile. Questo fa della “borsa” più un porto di mare che
una vera fabbrica, dove le uniche facce che si vedono sempre sono i gestori
del porto, mentre il resto muta in continuazione. Il problema è proprio
legato al fatto che qui c’è poco da rubare il mestiere o imboscarsi in
qualche ufficio nascosto o, peggio ancora, farsi raccomandare da qualcuno;
non ci sono budget da discutere o vendite da incrementare, nuove idee
commerciali o riduzione dei costi, qui occorre darsi da fare e chiudere
quante più operazioni in positivo, certamente in netto vantaggio rispetto a
quelle chiuse male. Difficile a dirsi ma forse un po’ di più a farsi; per
rendere l’idea di quanto dico vi invito a guardare la classifica della
Top-trader-cup del 2008, o anche quelle precedenti, se le trovate integrali.
Vi renderete immediatamente conto di due cose: la prima è che salvo i primi
4/5 partecipanti il resto del gruppo perde o, al limite, pareggia le proprie
posizioni; la seconda invece è che in qualche caso anche chi ha performato
molto bene in un anno precedente addirittura chiude in negativo in quello
successivo (ammesso che partecipi nuovamente), a dimostrazione del fatto che
non solo guadagnare sempre è difficile e bisogna imparare a convivere anche
con le perdite, ma soprattutto che in questo mestiere nulla si può
improvvisare e la fortuna dura sempre troppo poco rispetto a quanto vorremmo
durasse. Anche questa volta, per il 2008, nella categoria future solo 6
partecipanti (su 28 indicati) sono riusciti a guadagnare, ma solamente i
primi due in realtà hanno avuto un guadagno interessante, tale da
permettere, se la situazione mostrerà costanza nei risultati, di guardare al
trading come professione, mentre gli altri quattro si sono barcamenati. Dei
rimanenti 22 una buona parte ci ha rimesso il grosso del capitale e molti
almeno una parte consistente. Va un po’ meglio nel comparto azioni, dove il
40% circa dei partecipanti è riuscito a non perdere, ma anche in questo caso
solo i primi classificati hanno avuto performance interessanti come detto
sopra, tali per cui si possano permettere di esercitare il trading come
professione. Per i dettagli potete visionare direttamente questa pagina:
http://www.toptradercup.com/tt/classifica.asp
Credo che l’unica cosa da
fare sia applicarsi moltissimo e avere gli strumenti giusti; più che
affidarsi ai libri o ai corsi direi che occorre farsi una conoscenza di base
e questo è facile da ottenere avendo la pazienza di girare molto nel web. La
maggior parte delle informazioni che si ottengono a corsi e sui libri e
quindi a pagamento si può infatti recuperare da articoli e informazioni
varie messe insieme, mentre la cosa più importante è utilizzare ogni
informazione come spunto iniziale e non come possibile tecnica di trading
già confezionata. Insomma: ricerca, studio, sperimentazione ed infine,
qualora i passaggi precedenti fossero andati a buon fine, applicazione.
Buon trading a tutti.
Il rame
Oggi, ed in particolare
anche in futuro, il rame potrebbe essere una valida alternativa alle altre
materie prime e come diversificazione interessante degli investimenti.
Investimenti nel settore sarebbero quindi da attuare acquistando quote di
etf più o meno specifici oppure investendo direttamente in una o più aziende
che in questo settore operano. In tutto il mondo la richiesta di rame per
innumerevoli lavorazioni e per i più svariati prodotti è elevata ma in
continua e costante crescita:
Brasile, Russia, India e
Cina, ma anche tutti gli altri principali paesi sono e saranno in futuro
forti richiedenti di rame. Il rame è diffuso nell'impiantistica
idrotermosanitaria, nella rubinetteria, nelle attrezzature per la nautica,
nell'elettrotecnica e nell'elettronica, in lattoneria e in architettura,
nella monetazione, nell'artigianato e nell'oggettistica, nei trasporti, in
edilizia e in molti altri settori. Solo per rendersi conto dell'importanza
di possedere una società che produca rame, basta citare alcuni degli usi più
comuni che sono: Fili e cavi elettrici, avvolgimenti di elettromagneti,
motori elettrici e relè elettromeccanici, tubature, maniglie, pomelli e
altre finiture di arredamento, sculture (la Statua della Libertà, per
esempio, contiene 81,3 tonnellate di rame), nelle macchine a vapore, parti
di interruttori e collettori di corrente elettrica, valvole termoioniche,
tubi a raggi catodici e i magnetron dei forni a microonde, guide d'onda per
apparati radio e radar a microonde, in leghe per il conio di monete, in
cucina, per fare padelle e altre pentole, buona parte delle posate da tavola
(coltelli, forchette, cucchiai), l'argenteria Sterling, parte di ceramiche,
e in forma di sali per colorare il vetro, strumenti musicali, soprattutto
ottoni, negli ospedali come superficie batteriostatica, sulle parti esterne
sommerse delle navi, in chimica, il verderame (solfato di rame(II)) si usa
come fungicida in agricoltura e per depurare l'acqua, l'aggiunta di rame
nell'acciaio, fino allo 0,6%, ne aumenta la resistenza alla corrosione
atmosferica (da Wikipedia).
Anche per gli analisti di Lehman Brothers è il rame il più prezioso dei
metalli, i quali hanno alzato le stime di prezzo del rame da 3 a 3,90
dollari all'oncia per il 2008, da 2,75 a 4,50 dollari per il 2009, e da 2 a
4 dollari all'oncia per il 2010. "Ci aspettiamo la combinazione di
un'offerta più debole del previsto e una domanda crescente per il rame",
hanno spiegato gli esperti in una nota in merito. Per queste ragioni, gli
analisti di Lehman consigliano di puntare sui titoli legati a questo
metallo. Il loro consiglio nel panorama europeo è per Xstrata, seguito da
Bhp Billiton, Rio Tinto e Anglo American. "Prevediamo che il settore
minerario continuerà a performare molto bene e suggeriamo agli investitori
di aumentare la loro esposizione nonostante l'ascesa registrata in questi
ultimi mesi", conclude il broker, che precisa: "Non abbiamo mai visto
Xstrata ad una valutazione così attraente negli ultimi due anni. Consigliamo
di comprarla ora".

Microsoft e/o Yahoo! No,
Google!
Probabilmente, al momento, chi esce vincitore dal mancato
matrimonio fra Microsoft e
Yahoo! è
Google, che vede tramontare l'idea di un nuovo e probabilmente
insuperabile colosso che avrebbe generato l'alleanza fra due rivali in un
momento nel quale si vedono finalmente tradurre in soldoni la crescita
vertiginosa della controllata. Youtube. A rischiare sono sia Microsoft, che
rispetto a marzo, al momento dell'offerta da 42 miliardi di dollari per
Yahoo!, a Wall Street ha perso alcune decine di miliardi di
capitalizzazione, sia Yahoo!, con molti azionisti non proprio soddisfatti
del 'no' a Microsoft.
Questi dunque i principali motivi di quanto detto nell'intervista alla
Reuters dell'amministratore delegato e socio fondatore di
Yahoo! Jerry Yang, nella quale non
si escludono nuovi e futuri sviluppi nella trattativa: "Stavamo cercando un
modo per trovare un terreno comune e poi sabato loro hanno scelto di
lasciare - ha sottolineato Yang - loro hanno iniziato e loro hanno deciso di
abbandonare". Yang si è detto "più che disposto ad ascoltare" nel caso in
cui Microsoft abbia "qualcosa di nuovo da dire". Yang ha detto di avere
"sentimenti contrastanti" su quanto accaduto nel fine settimana, dopo che
gli investitori hanno mostrato disappunto per il fallimento dei negoziati
mandando a picco il titolo, sceso ieri del 15%.In un'altra intervista, al
Financial Times, lo stesso Yang è stato
ancora più chiaro: vuole portare avanti la trattativa. Dopo tre mesi di
negoziati l'ad di Microsoft, Steve Ballmer, aveva alzato l'offerta a 33
dollari ad azione dagli iniziali 31, per un valore totale di
Yahoo! di 47,5 miliardi di dollari. Ma
Yang non è voluto scendere sotto i 37 dollari suscitando così l'ira degli
azionisti di Yahoo!. Due fondi pensione
hanno addirittura proposto una class action nei confronti dei vertici della
società.
Personalmente direi che anche se ha fatto clamore la
perdita di parecchi punti percentuali del titolo Yahoo! a seguito della
notizia direi che, almeno per ora, gli azionisti dell'azienda abbiano meno
problemi rispetto a quelli di Microsoft: Yahoo rispetto alle quotazioni
minimi a un anno è sopra del 38%, Microsoft invece dell' 11% scarso 8valori
alla chiusura del 6 maggio 2008); ma si sa gli uomini (donne comprese, e
quindi i traders nella fattispecie) hanno sempre poca memoria storica! E
intanto Google, tra i due (potenzialmente futuri sposi) litiganti, gode.
Peter Lynch
Pochi giorni fa mi è stato chiesto, in
seguito ad una mia email di risposta nella quale indicavo alcuni nomi di
famosi trader recenti ma non più operativi, notizie in merito a P. Lynch, un
nome che ai più forse non ricorda fama e performance finanziarie per il
fatto che il suo operato sta nella attività di un fondo americano, immenso
oggi e da parecchi anni a questa parte per controvalore finanziario e
certamente molto interessante per le performance generali, il Magellan fund.
Lynch iniziò a gestire e dirigere gli investimenti del fondo quando ancora
era molto giovane, dopo aver superato alcuni anni di gavetta alla Fidelity
Investments; in quel periodo il fondo partecipava come azionista ad una
cinquantina di aziende quotate per un controvalore di circa 20 milioni di
dollari, quando lo lasciò già parecchi anni fa, era arrivato a partecipare
al capitale di più di un migliaio di aziende ed aveva un controvalore di
oltre 13 miliardi di dollari. Le performance in quel periodo furono molto
interessanti e Lynch si è guadagnato un posto tra i grandi del mondo
finanziario americano e mondiale, per intenderci nel gruppo certamente
meritevole dei più conosciuti Buffet e Soros. La sua arma vincente era
investire in aziende che lui stesso riteneva sane e con grandi prospettive;
molto spesso personalmente discuteva della struttura e delle attività delle
aziende interessate direttamente con il management e generalmente rivolgeva
la sua attenzione a quelle società che non giocavano il proprio futuro su
una scommessa vincente ma su quelle che già mostravano solidità e conoscenza
del mercato in cui lavoravano (Ford, Philip
Morris, Volvo, General Electric che in quegli anni non erano a questi
livelli ma già davano la sensazione di solidità e concretezza). Una
delle sue massime era: "Investite in un'azienda che qualsiasi idiota
potrebbe gestire. Perché, prima o poi, un idiota la guiderà." Non mi
dilungo oltre sia perchè ci vorrebbe troppo tempo per farlo sia perchè
internet è piena del materiale che lo riguarda, quindi chi fosse interessato
ad approfondire non deve far altro che cercare.
Dopo il petrolio quale
scommessa cavalcare?
L'oro nero ha raggiunto livelli impensabili in così breve
tempo, raggiungendo picchi di prezzo probabilmente destinati a continuare
seguendo il trend di fondo in parte supportato da motivazioni
economico-politiche e per buona parte dalla speculazione pura. Guardando al
futuro ci si comincia a chiedere se e quando ci sarà un nuovo business
secolare da cavalcare così come è successo per il petrolio. Le altre materie
prime sono cresciute molto negli ultimi anni e, a parte il gas che è per
natura il più evidente antagonista del petrolio e che certamente ha davanti
a sè una sorta di autostrada per il futuro, si tratta in ogni caso di storie
antiche e che rispettano abbastanza cicli passati nelle loro escursioni di
lungo termine ma che non rappresentano certo la novità per il futuro del
mondo, piuttosto qualcosa di consolidato da mantenere e salvaguardare oppure
da sostituire. La vera nuova onda da cavalcare potrebbe invece essere il
business delle acque dolci, per la verità da qualche tempo sotto pressione e
già additato come investimento per il futuro. Ma, come si sa, agli esordi
ogni business viene esaltato, poi calmierato, quindi parzialmente
dimenticato e infine esce prepotentemente dal suo pseudo-isolamento per
diventare l'affare del secolo. Si stima che nei prossimi 7/8 anni la
popolazione mondiale crescerà di 500000 individui e dunque, se già da oggi
si fanno cospicui investimenti nella ricerca su questo settore, in futuro le
necessità impellenti di salvaguardare la vita del pianeta e dei suoi
abitanti spingeranno governi e grossi investitori a riversare un
impressionante gettito di denaro sulle aziende che si occupano di ricerca e
trasformazione nel settore stesso, e se questo non è business!. Importanti
testate mondiali sembrano ormai tutte o quasi concordi nel definirlo
uno dei futuri migliori e
promettenti business mondiali,e che si pensa diventerà, per il 21° secolo,
ciò che il petrolio è stato per il 20°. E questo, sembra, indipendentemente
dalla direzione, al rialzo o al ribasso, che l'economia americana e mondiale
prenderà nei prossimi anni!.
A questo proposito mi permetto di fare riferimento a un'azienda americana
quotata sull'otc (la
Bioshaft Wtr Technology Inc),
mercato molto pericoloso e altamente speculativo, ma che offre
ineguagliabili vantaggi quando si entra nella direzione giusta, in quanto
spesso i rialzi sono a 2 e qualche volta anche a 3 cifre. Il titolo, di cui
allego il grafico con le quotazioni attuali, rappresenta in pieno il
potenziale e futuro business di cui sopra e, senza fretta, potrebbe
rappresentare una buona occasione per l'investimento a lungo termine, in
particolare applicando la strategia classica "buy on dips" sfruttando
eventuali ritracciamenti su decisi rialzi di medio e lungo periodo.
Considerate sempre, visto il settore ancora non in pieno sviluppo (a livello
di aziende strutturate) ma soprattutto il mercato di quotazione, i rischi a
cui si va incontro con investimenti di questo tipo.
Grafico

Qual'è la gravità reale
della situazione secondo gli addetti ai lavori?
Il credit default swap (CDS),
come da identica definizione wikipedia, è uno swap che ha la
funzione di trasferire l'esposizione creditizia di prodotti a
reddito fisso tra le parti. È il derivato creditizio più usato.
È un accordo tra un acquirente ed un venditore per mezzo del
quale il compratore paga un premio periodico a fronte di un
pagamento da parte del venditore in occasione di un evento
relativo ad un credito (come ad esempio il fallimento del
debitore) cui il contratto è riferito. Il CDS viene spesso
utilizzato con la funzione di polizza assicurativa o copertura
per il sottoscrittore di un'obbligazione. Tipicamente la durata
di un CDS è di cinque anni, sebbene essendo un derivato
scambiato sul mercato over-the-counter è possibile stabilire
qualsiasi durata.
Questa premessa per ricollegarci alla
dichiarazione recente del grande finanziere George Soros,
sul quale è inutile fare digressioni di qualsiasi natura (chi
non lo conosce almeno di nome è meglio decida di lasciar perdere
la finanza sotto qualsiasi aspetto!), che rilevano una
condizione generale veramente pessima e a rischio baratro per
l'economia mondiale. Addirittura nettamente peggiorativa
rispetto alla già non certo rassicurante prospettiva comunicata
dal Fondo Monetario che nei suoi ultimi studi stima una
possibilità su quattro di una recessione globale e perdite
potenziali per quasi 1.000 miliardi di dollari, cifra ed
eventualità davvero catastrofiche. Proprio Soros sostiene che
due sono i fattori principali che potrebbero creare le
condizioni per il disastro: il primo riguarda gli hedge funds,
fondi con una forte propensione speculativa e che tendono ad
avvalersi degli strumenti più moderni, sofisticati e spesso
rischiosi, e che ora stanno cercando di ridurre drasticamente i
loro indebitamenti e di smobilitare il ricorso alla leva
finanziaria ('Sono tutti impegnati in questo penoso processo di
distruzione di ricchezza" afferma il finanziere); l'altro, per
certi versi ancora peggiore sostiene Soros, è quella del mercato
delle assicurazioni conto le insolvenze di obbligazioni
societarie: i Credit default swaps, appunto, una 'spada di
Damocle' che vale 45.000 miliardi di dollari. 'E' un mercato
cinque volte più grande di quello dei titoli di stato
americani.'
Crisi economica: a che punto
siamo?
Inevitabile, come sempre, nei momenti migliori così come
in quelli peggiori, in qualsiasi situazione e condizione di cui l'intelletto
umano possa anche solo pensare di determinare lo sviluppo, che ci siano
pessimisti, ottimisti e indifferenti. Và da sé dunque che troveremo articoli
che inneggiano ad una imminente ripresa dei livelli economici generali,
altri che prevedono la peggiore catastrofe della storia e chi dice che ormai
il peggio è passato ma siamo lontani dalla ripresa (un colpo al cerchio ed
uno alla botte! E via così!). Direi che forse la cosa migliore è farsi
un'idea propria sulla base dei dati attuali e non delle previsioni, o meglio
considerare se i fatti negativi hanno avuto già un riscontro reale e dunque
potremmo essere nelle condizioni meno gravi del previsto avendo già
assorbito il colpo più duro, oppure se fattori esterni ma direttamente
influenti (e manovrati) hanno permesso fino ad ora di sostenere la
situazione senza tuttavia ricomporre la struttura di fondo ma limitandosi a
puntellarla laddove rischia il cedimento; in questo secondo caso nella
migliore delle ipotesi ci aspetta un lungo purgatorio di alti e bassi, nella
peggiore il tracollo generale. Senza dilungarmi troppo in una materia in cui
non sono certamente molto ferrato direi che, almeno a grandi linee, si
potrebbe valutare la situazione attuale sulla base di due punti importanti e
di attualità:
lo scoppio della bolla del credito e immobiliare degli
Stati Uniti. E' facile pensare che, essendo sono tutti gli
aspetti gli USA l'economia simbolo, l'attuale crisi immobiliare che sta
caratterizzando il Nordamerica possa riflettersi anche sul mercato europeo
in primis, ma potenzialmente anche sul mercato asiatico; mentre nel secondo
caso, almeno per il momento, altri fattori economici quali la crescita
ancora ben sostenuta in molti paesi asiatici tengono lontano lo spauracchio
di una svalutazione generale che tuttavia alla fine si farà comunque viva, e
sarà da vedere se solo superficialmente, è abbastanza evidente invece che
nel vecchio continente il problema sia già reale anche se non critico. In
realtà non tutti i paesi sono stati colpiti e tra quelli interessati la
crisi si manifesta in condizioni diverse; nel nostro paese la situazione è
quasi in controtendenza perchè in realtà negli ultimi due-tre anni il valore
degli immobili, nel complesso, non ha subito svalutazioni, semmai un
rallentamento negli incrementi. Tuttavia è utile considerare che l'attuale
situazione non solo è insostenibile a livelli assoluti in quanto il costo
degli immobili ha raggiunto prezzi esageratamente elevati, ma soprattutto in
termini reali non c'è stato il supporto dello sviluppo economico (aumento
dei posti di lavoro, degli stipendi e di conseguenza dei consumi) che
necessariamente deve accompagnare il vertiginoso aumento dei prezzi che si è
verificato dal 2000 ad oggi in Italia. A questa falsa idea di benessere
generale che ha comunque portato alla vendita di case nonostante i prezzi
hanno contribuito, come sempre, le banche: mutui agevolati, tassi bassi,
100% (e in qualche caso oltre!!) sul valore degli immobili, sconti sulle
perizie e chi più ne ha più ne metta. Per questo motivo chi negli ultimi
anni ha comprato caso spesso non lo ha fatto perchè era in grado, bensì
perchè qualcuno lo ha messo in condizioni per farlo nonostante la condizione
finanziaria inadeguata. Primo risultato quello attuale: continue
rinegoziazioni per allungare le durate e dunque diluire la rata che per
effetto dei tassi oggi è ben più alta di un paio di anni fa; secondo e
potenziale risultato? Mah, forse per non arrivare ad espropriare le case
(non per magnanimità ma perchè non saprebbero cosa farsene di un prodotto
che sul mercato non è richiesto!) decideranno di costituire cooperative o
consorzi tra privati cittadini per accedere a mutui collettivi (sarà a
carico degli stessi l'onere di redigere un programma con i turni di
frequentazione di quali e quante stanze ciascuno!). E per chi pensa che sia
uno scherzo provi a pensare che poco più di un anno fa si dichiarava che a
Manhattan la crisi immobiliare era agli sgoccioli ed il mercato si era
stabilizzato in attesa di una imminente ripresa: l'ultimo dato in ordine
cronologico dice che nell'ultimo anno la vendita di case ai privati è scesa,
si ma del 34%!.
La frenata del ciclo economico, nonchè la recessione
alle porte per diverse economie. Abbastanza facile capire che il
rallentamento dell'economia in generale crea scompensi in diversi settori,
da quello industriale a quello commerciale. Ciò che però oggi, rispetto al
passato, rende se possibile peggiore l'attuale situazione è che oggi la
gente è sempre più indebitata per sostenere i ritmi della normale
sopravvivenza nella società, motivo per cui l'eventuale peggioramento del
ciclo economico avrà risvolti molto negativi anche sul settore finanziario,
il quale potrebbe andare incontro ad una drastica riduzione nell'erogazione
dei finanziamenti (sui mutui già visibile), del credito al consumo ed anche
nei confronti della grande impresa che necessariamente per far fronte ai
debiti deve aumentare i ricavi, situazione difficile in caso di crisi
economica; in aggiunta si abbasserà notevolmente anche la capacità di
risparmio generale, quindi potenziali problemi anche sul fronte della
raccolta.
In finale, come già detto prima, questo non è un
argomento nel quale mi trovo a mio agio, quindi sono assolutamente ad
eventuali critiche e/o suggerimenti e chiarimenti.
Abraham trend indicator
Prendo spunto da una vostra
richiesta fattami pochi giorni fa riguardo un indicatore di trend riportato,
da quanto riferitomi, in un trafiletto di un libro di trading sull'argomento
"trend di mercato". L'indicatore in oggetto è quello specificato nel titolo
di questo articolo e ha l'obbiettivo di determinare il cambiamento e la
continuazione di un trend di una certa consistenza, in pratica uno degli
strumenti più ricercati da tutti i trader, da quelli di breve e soprattutto
da quelli di medio e lungo periodo. La formula per il calcolo dei valori
dell'indicatore è molto semplice e può dunque essere costruita sulle
principali piattaforme di trading metastock, tradestation, visualtrader
ecc.) senza troppa fatica e conoscendo anche solo superficialmente il
linguaggio relativo (per es. l'easy language per tradestation). Il
riferimento principale è il true range di periodo e quindi:
-
differenza tra il massimo di oggi e
il minimo di oggi
-
differenza tra il massimo di oggi e
la chiusura di ieri
-
differenza tra il minimo di oggi e
la chiusura di ieri
|
viene dunque calcolata una media sul valore per
21 periodi e moltiplicata per il fattore 3.
Considerando un mercato a compressione daily,
nel caso sia salito l'indicatore è
calcolato per ciascun giorno sottraendo dalla
chiusura del giorno precedente all’ultima barra
il triplo della media del true range a 21
periodi (utilizzando una media pesata). Quando
l’ultima chiusura diviene inferiore a tale
differenza il valore dell’indicatore verrà
calcolato come somma della chiusura e del triplo
della media del true range.
Queste poche righe dunque solo per dare una
spiegazione generale dello strumento; facendo
parte degli indicatori e oscillatori provvedo
immediatamente a riportarne gli esempi grafici
nella apposita sezione "download" del sito.
Il mondo affondato dal
dollaro
Non è farina del mio sacco e anzi metto
il nome dell'illustre giornalista molto ben documentato e chiarissimo nel
sunto e nell'esposizione. Riporto questo documento particolareggiato e a
titolo informativo solo per far capire a tutti noi che capitalisti, governi
e in genere chi ci guarda dall'alto verso il basso si inventa scuse e
storie ogni volta che lo ritiene necessario per farci credere che il mondo
va bene oppure male e quindi dovremmo accodarci e gioire o subire a seconda
dei casi solo perchè sono loro a dircelo. Ma se il petrolio negli anni "80
in termini reali già valeva oltre 100 $, e noi stavamo meglio (per chi c'era
è possibile ricordare) di oggi anche, allora perchè dare un parte di
colpa di ciò che succede a questo e proporre misure che pesano sempre sulle
nostre spalle? Non accettiamo più compromessi o soluzioni forzate,
rifiutiamoci e reagiamo a muso duro, ma solo tutti insieme possiamo fare
qualcosa di veramente significativo. Perchè, direte voi? Perchè se il
problema è veramente il petrolio, per esempio, allora basta aspettare: dai
103/104 $ non moltissimo tempo fa è tornato a 20/25 $ al barile, così come
sempre ciò che sale prima o poi scende e poi risale, e cos' via
nell'infinito ciclo della storia, almeno finchè non verrà sostituito da
un'altra fonte. A proposito: perchè non si usano altre fonti più pulite,
immensamente disponibili e più sicure? Soldi e interessi ovviamente:
interessi "loro" e i soldi nostri (che finiscono nelle "loro" mani). Se
questo è il ballo almeno impariamo a ballare decentemente.
Articolo di Marcello De Cecco
su “La Repubblica” del 10 marzo
Il prezzo
del petrolio, in termini reali, era arrivato a 103,76 dollari nell’aprile
del 1980. In questi giorni, per la prima volta da allora, è salito oltre i
104 dollari. Per capire con quale ascesa di prezzo il mondo ha dovuto
confrontarsi negli ultimi anni, ricordiamo solo che dopo l’11 settembre 2001
il prezzo ribassò fino a 20 dollari. Poi di nuovo l’ascesa continua e senza
soste, che è stata altrettanto drammatica di quella che si registrò
dall’autunno del 1973 alla primavera del 1980. Si dice comunemente che ormai
il prezzo del petrolio ha perso parecchia della sua influenza sull’economia
mondiale, perchè il mondo ha imparato a consumare meno petrolio. Le
automobili consumano di meno, così come gli impianti di riscaldamento, e
qualche sostituto è stato trovato e messo in uso. Ma illudersi è inutile:
un’ascesa così drammatica del prezzo in meno di sette anni avrà
ripercussioni altrettanto profonde di quelle che ebbe quella che si verificò
negli anni settanta. Basta guardare ai comportamento dei mercati delle
materie prime e delle valute per rendersene conto. Questi mercati sono ormai
dominati dalla speculazione. Le migliaia di hedge fund e anche di normali
fondi di investimento che esistono e devono offrire risultati positivi ai
loro investitori si sono decisamente e massicciamente spostate sulle merci e
sulle valute, dopo aver ricevuto punizioni anche pesanti dai mercati
immobiliari e da quelli dei derivati finanziari e assicurativi. Si può dire,
ad esempio, senza molte possibilità di essere smentiti, che i fondi
pensione, anche i più conservatori, dovendo far fronte a necessità sempre
crescenti di uscite finanziarie, per l’invecchiamento di coloro che ne fanno
parte, sono costretti a cercare incrementi di valore veloci e corposi, senza
badare troppo al rischio che gli investimenti remunerativi presentano. Il
guaio è che la massa degli investitori è ora concentrata su mercati, quali
quelli delle merci primarie e delle valute, non abituati ad essere sommersi
da risorse finanziarie così grandi. Per questo i prezzi schizzano in alto,
in un contesto nel quale i ribassisti, anche quelli professionisti, non ce
la fanno a contrastare il passo dei rialzisti e forse nemmeno se la sentono.
Per le merci, compreso il petrolio, è facile capire perchè la speculazione
sia solo al rialzo. Si è accreditata infatti l’opinione che i consumi di
prodotti primari debbano salire fino a quando i paesi emergenti continuano a
crescere ai tassi a cui sono cresciuti negli ultimi anni. In particolare, la
Cina ha acquistato, per la domanda di merci primarie, il ruolo che per
l’offerta di petrolio ha avuto per decenni l’Arabia Saudita: i suoi
movimenti sul mercato sono in grado, per le loro dimensioni, di far cambiare
i prezzi. La stessa Cina, d’altro canto, esercita un simile influsso sui
prezzi di una quantità di prodotti manufatti, dei quali è diventata il primo
produttore mondiale. Anche in questo settore si prevedono cambiamenti
radicali, ora che la Cina riesce assai peggio di prima a controllare la
crescita della propria inflazione interna, proprio per le conseguenze
dell’inflazione dei prezzi di petrolio e materie prime, specie alimentari.
Per quanto riguarda le valute, invece, dato che ciascuna è quotata in
termini di confronto con tutte le altre, la speculazione in una sola
direzione dovrebbe essere meno agevole e meno scontata. Ma i mercati delle
valute sono dominati dalle quotazioni di quelle principali, in particolare
da quel che accade al Dollaro e all’Euro, e subito dopo da come si
comportano lo Yuan cinese e lo Yen giapponese. E’ opinione comune che il
cambio di queste principali valute sia al momento ampiamente prevedibile per
i prossimi mesi. Euro e Yen, infatti, sono molto meno del Dollaro e dello
Yuan dominati da quel che accade nei loro sistemi finanziari, che si trovano
in condizioni meno precarie di quelle che affliggono i sistemi finanziari
americano e cinese, perchè la speculazione immobiliare negli Stati Uniti e
borsistica in Cina è stata assai più coinvolgente e devastante per gli
intermediari e per i privati di quanto sia stata in Europa e in Giappone. Le
istituzioni finanziarie europee e giapponesi sono in condizioni meno
precarie di quelle delle loro consorelle americane e cinesi. Di conseguenza,
la Banca centrale europea e la Banca del Giappone possono permettersi
comportamenti non completamente dominati dalla necessità di impedire il
crollo dei rispettivi sistemi finanziari, come invece accade alla Fed e alla
Banca Popolare della Cina. Poichè il Dollaro fluttua liberamente sui
mercati, il comportamento fortemente espansivo della Fed si ripercuote
immediatamente sul cambio, in particolare sul cambio dell’unica altra moneta
importante che fluttua liberamente, che è come si sa l’Euro. La banca
centrale europea, non si sa quanto saggiamente, ritiene che il sistema
finanziario europeo non sia talmente fragile da richiedere la stessa cura
che la Fed sta impartendo a quello americano, a base di continui e corposi
ribassi dei tassi di interesse. Si preoccupa, non si sa quanto saggiamente,
assai di più della inflazione importata tramite petrolio e materie prime che
affligge le economie europee e delle conseguenze che essa può avere sulla
dinamica salariale dei paesi che adottano l’Euro. Per questo il cambio
Euro/Dollaro continua a salire e la prevedibilità di tale tendenza induce
l’ulteriore rivalutazione dell’Euro, invitando la speculazione al rialzo,
che pensa di non aver nulla da temere per i prossimi mesi. Yuan e Yen si
comportano diversamente. Le autorità cinesi e giapponesi credono assai poco
ai cambi fluttuanti e credono di dover contrastare decisamente tendenze
troppo forti alla rivalutazione delle loro monete. Al contrario, hanno
stimolato ormai per parecchio tempo una tendenza alla loro svalutazione,
perchè né le autorità cinesi né quelle giapponesi riescono a regolare la
domanda interna per ottenere la piena occupazione e la crescita e, per
ottenere quel risultato, stimolano invece le esportazioni. Un discorso a
parte merita il comportamento delle autorità dei paesi produttori di
petrolio. E’ indubbio che esse si trovano a fronteggiare delle spinte
inflazionistiche molto forti all’interno dei propri paesi, dopo anni di
inflazione sotto controllo. Il motivo, in particolare nel caso dei paesi del
Medio Oriente, è dato dall’impatto che hanno sui prezzi interni quelli dei
prodotti alimentari. Ma la gran parte della spinta all’inflazione deriva
dalla crescita della domanda interna indotta dall’aumento del prezzo del
petrolio. I paesi produttori di petrolio tradizionalmente quotano tale
prodotto in dollari e le loro monete sono per questo agganciate al Dollaro.
Ora si trovano a registrare giganteschi surplus nei propri conti con
l’estero, senza poter contare sulla flessibilità delle proprie monete per
assorbirli almeno in parte. Accade così che l’ex governatore Greenspan
inciti i paesi del golfo ad abbandonare tale aggancio alla moneta americana,
un consiglio che vista la sua provenienza suona veramente un po’ surreale. A
parte i consigli di Greenspan, è certo che già dai prossimi mesi lo strappo
nel prezzo del petrolio metterà a disposizione dei paesi produttori una
massa tale di denaro che il suo impiego farà ulteriormente riscaldare i
mercati speculativi rimasti al rialzo, quelli delle merci, e provocherà
nuovi acquisti di azioni di banche e attività industriali e commerciali da
parte dei fondi sovrani di tali paesi. Basterà questa spinta, che investirà
specialmente gli Stati Uniti, a far risollevare il sistema finanziario di
quel paese dalla crisi nella quale è precipitato da solo? Basterà a far
risalire il dollaro?
A partire dalla fine del sistema dei cambi fissi, nell’estate del 1971, il
cambio del dollaro è passato attraverso cinque fasi, di durata e intensità
piuttosto varia. I ribassi si sono alternati ai rialzi, ma finora ciascun
massimo e ciascun minimo è stato inferiore a quello precedente. Nel 2002 il
dollaro, ad esempio, era tornato al livello di prima della fine del sistema
di Bretton Woods. Poi però è iniziato il nuovo declino, che dura tuttora, e
che ha finora raggiunto il ribasso massimo proprio in questi giorni. E’
possibile dire che tutte le inversioni di fase registrate in più di un
trentennio sono state indotte da cambiamenti di rotta delle autorità
monetarie americane. In particolare, come sta accadendo a partire
dall’autunno scorso, le fasi di declino sono state indotte dalla impellente
necessità che le autorità americane hanno avuto di reflazionare l’economia e
in particolare di stabilizzare il proprio mercato finanziario, specialmente
anche se non esclusivamente nella l’ imminenza delle elezioni sia
congressuali che presidenziali. A partire dalla fine dell’era di Paul
Volcker, si è notata una crescente incapacità da parte delle Fed di portare
avanti una politica restrittiva per un periodo meno che breve. Un tentativo
di "fare la faccia feroce" di Greenspan appena arrivato al posto di comando
condusse molto rapidamente alla grandiosa crisi dell’Ottobre 1987 e alla
precipitosa inversione di rotta da parte del timoniere. Qualche altro
tentativo Greenspan lo fece, nella stessa direzione, ma ogni volta il
mercato finanziario americano reagì disastrosamente, portandosi spesso
appresso anche il sistema finanziario mondiale, con crisi come quella
asiatica e russa del 199798. Questo serve probabilmente a spiegare perchè il
dollaro termini ciascuna fase discendente a un livello più basso di quello
toccato in quella precedente. Viste le predilezioni e le capacità delle
autorità monetarie dei maggiori paesi e aree monetarie, sembra difficile
prevedere quanto ancora possa durare la fase di ribasso del dollaro e il
tasso di cambio minimo al quale essa terminerà. Innanzitutto è necessario
sapere se la crisi finanziaria nella quale si dibattono attualmente gli
Stati Uniti è una crisi nel sistema o del sistema. Stabilirlo significa
anche capire se gli Stati Uniti potranno venirne fuori con una politica
monetaria espansiva a oltranza o se sarà invece indispensabile una riforma
profonda delle istituzioni finanziarie e delle regole che le tengono
insieme. E anche se basterà una riforma del solo sistema finanziario
americano o se dovrà aprirsi (e sperabilmente concludersi in maniera
positiva) una fase costituente dell’ordine finanziario internazionale. Vi
sono infatti rapporti di cambio mantenuti a livelli del tutto artificiali,
in particolare quelli dello Yuan e dello Yen con altre importanti valute.
Alcuni osservatori, come Dani Rodrik, credono che sia indispensabile porre
la globalizzazione su nuove basi, perchè le sue fondamenta attuali hanno
permesso allo stesso tempo che prevalgano liberismo sfrenato e mercantilismo
a oltranza da parte dei paesi più forti. E di questo sono prova sia gli
squilibri sui mercati dei cambi che le soluzioni come la creazione di
onnipossenti fondi di investimento sovrani, controllati dai paesi creditori.
L’agire di questi fondi, che è squisitamente politico anche se in apparenza
resta entro i confini della massimizzazione dei rendimenti finanziari e
delle convenienze economiche, contribuisce potentemente alla trasformazione
della globalizzazione da un liberismo di facciata al mercantilismo aperto e
generalizzato. Quest’ultimo è un regime che assai raramente ha coinciso a
lungo con la pace mondiale.
Il Ciclo di Taylor
La teoria di
Taylor ha come base l’assunto che il mercato da sempre è caratterizzato da
un ritmo continuo e ripetitivo, formato in particolare da tre sedute
consecutive: il “buy day” o giorno di acquisto, il “sell day” o giorno di
chiusura dell’operazione ed infine il “sell short day” o giorno di vendita
allo scoperto. La sua teoria permette anche che in alcuni casi, però, pur
restando immutata la sequenza giornaliera operativa, la figura si componga
di 4 oppure anche 5 giorni, anche se afferma che solo raramente interviene
il giorno 4 e quasi mai il giorno 5. Senza approfondire ulteriormente ed in
modo specifico, le regole generali applicabili al mercato sulla base di
questa teoria sono queste:
1) solo nei
giorni Buy Day per l’entrata in posizione long sul mercato e solo nei giorni
Sell Short Day per l’entrata in posizione short;
2) nel giorno
Buy Day si opera se i prezzi scendono sotto il minimo del giorno precedente
e si entra in posizione long quindi sulla rottura al rialzo dello stesso
minimo (chiusura su time frame inferiore per sicurezza);
3) Nel giorno
Short Day si opera solo se i prezzi salgono sopra il massimo del giorno
precedente e si entra in posizione short sulla rottura al ribasso dello
stesso massimo (chiusura su time frame inferiore per sicurezza);
4) seguono poi
le regole per lo stop loss ed il profit da applicare una volta entrati in
posizione.
In internet e
non solo si vedono pubblicizzati corsi vari e strategie operative
particolari che, basandosi su questo metodo, promettono percentuali di
successo strabilianti; liberi di crederci ma le percentuali sono sempre più
o meno quello di un buon metodo comunque parzialmente obsoleto e che
certamente nel medio e lungo periodo fa guadagnare soldi, ma sempre con alti
e bassi, periodi buoni e altri invece negativi e che richiede un buon
margine operativo, disciplina ferrea per superare i periodi critici e molta
sicurezza nel suo utilizzo.
Senza bisogno
che spendiate soldi per partecipare a tali corsi (opinione assolutamente
personale) Vi consiglio di trovare qualche buon libro oltre oceano per due
motivi: in Italia li trovate ma non specifici, solitamente il metodo viene
inserito in una serie di tecniche di trading e quasi sempre l’argomento non
è dettagliato come dovrebbe; poi li fanno pagare 2 o tre volte (o anche di
più) quello che li fanno pagare negli USA (se cercate su Amazon o similari
li trovate usati e costano qualche pacchetto di sigarette o poco più).
Infine Vi
comunico che da oggi potrete trovare una descrizione del metodo dei 3 giorni
nella sezione download del sito, in inglese ma spiegata bene.
"il maggior numero di gente che investe in Borsa non sa che cosa fa"
W.D. Gann
Circa un paio d’anni fa un
gruppo di psicologi americani, su commissione, ha effettuato uno studio su
45 persone divise in due gruppi: 15 erano “psicopatici funzionali” e le
altre 30 erano persone con coefficiente di intelligenza nella media.
L’esperimento consisteva nella partecipazione di questi individui ad un
gioco finanziario simile all’investimento in borsa; i risultati sono stati a
dir poco sorprendenti, dal momento che il primo gruppo composto dai 15
individui “psicopatici” ha avuto risultati nettamente superiori aL secondo
gruppo. Il motivo? Una spiegazione fu questa: la vittoria schiacciante degli
psicopatici – persone affette da turbe dell’emotività causate dalla lesione
di un’area del cervello – si spiega con la loro maggiore propensione al
rischio. Di fronte a un azzardo che comportava la possibilità di perdere
poco ma guadagnare molto, spesso la ragione suggeriva ai normali di
trattenersi. Il primo gruppo di “emotivamente turbati” si abbandonavano
invece liberamente alla casualità spinto dal miglior rapporto
rischio/rendimento. Successivi studi sui risultati e sul comportamento
generale delle persone hanno parzialmente dimostrato e certamente
ipotizzato che “ In molti casi un buon investitore di borsa presenta alcuni
caratteri dello “psicopatico funzionale”. Il comportamento prudente di chi
teme di perdere anche solo una piccola parte del proprio capitale è ben noto
agli psicologi, che l’hanno battezzato “avversione miope alla perdita”. Ne
sono immuni, sembra, le persone con una lesione cerebrale capace di far
prevalere la parte emotiva su quella razionale. Questo non significa
ovviamente che occorre avere dei problemi psichici per avere successo negli
investimenti ma semplicemente che è opportuno, pur mantenendo il controllo
della ragione, valutare nel giusto modo le opportunità che può offrire
un’operatività a rischio controllato: se per esempio l’operazione in
oggetto, a fronte di una perdita massima calcolata in 0,5% del capitale
investito, dà l’opportunità di trarne un profitto del 5% allora la paura
della perdita potenziale dovrebbe essere accantonata, permettendo alla
metodologia usata di diventare simile ad un procedimento meccanico in cui
razionalità ed impulsività (che normalmente non legano bene) convivano nello
stesso elemento (l’operatività appunto).
Guadagnare nei prossimi due
anni?
Negli USA, e non solo a
dire il vero, si comincia a pensare, visto lo storno del mercato degli
ultimi mesi, a quale sarà la prossima storia da cavalcare per battere il
mercato, sia nel bene che nel male, per il 2008 e oltre. Da diverse
direzioni, ma fortunatamente non dalla maggior parte degli analisti che,
come sappiamo, in base a recenti studi, poche volte vedono le loro
previsioni realizzarsi, giunge un nome su tutti: Apple. L'azienda da anni
mostra margini di miglioramento evidenti che al momento compensano
ampiamente i problemi che da sempre sono legati alla eccessiva
centralizzazione dei poteri nelle mani del suo patron, il quale ha sempre
mostrato fatica a delegare ed a fidarsi di demandare ad altri la gestione
dei vari settori in cui Apple è operativa. A questo si può aggiungere il
notevole successo che l'azienda ha ottenuto e continua ad ottenere con iPod
(previsioni ottimistiche nonostante i già oltre 20 mln di pezzi venduti) e
con le ultime novità mandate sul mercato dal 2004/2005 ad oggi, situazione
che permette e permetterà in futuro di recuperare quote di mercato al
momento precluse (sui pc) a causa dei prezzi elevati rispetto alla
concorrenza. Non ultimo il fatto che la recente apertura di negozi
proprietari, il cui numero è destinato ad aumentare notevolmente in futuro,
consente di migliorare notevolmente i margini sulle entrate e un incremento
sulle royalties; si calcola che già a breve potrebbe arrivare ad un aumento
del 20/25% del margine operativo lordo, percentuale destinata ad aumentare
ancora nel prossimo futuro. A fronte di questo c'è chi scommette,
cautelativamente, su un aumento delle quotazioni almeno del 50-60%, qualcuno
addirittura parla di raddoppio possibile senza troppi problemi per l'estate
del 2009.
Grafico

Una possibilità oltre
oceano.
La crisi dovuta in buona
parte ai rischi scoperti connessi ai mutui subprime tanto di moda negli USA
ha coinvolto pesantemente i titoli interessati alla faccenda; quello che ora
serve capire è se tra questi titoli ce ne sia qualcuno che, nonostante i
ribassi degli ultimi tempi e i problemi potenziali che in futuro il sistema
potrebbe dare, possa oggi essere considerato una buona o almeno discreta
occasione di acquisto nel lungo periodo. A tale proposito, esulando per una
volta dall'aspetto tecnico dei soliti studi (che caratterizza totalmente
questo sito e che per nessun motivo viene soppiantato dall'analisi
fondamentale), diamo un'occhiata veloce al titolo Capital Source quotato al
Nyse. Gli analisti, in particolare negli USA, ritengono che la discesa che
ha portato i prezzi attualmente in area 17 $ sia parzialmente ingiustificata
in quanto nonostante l'azienda sia attiva nel settore dei prestiti e quindi
sia certamente interessata dai rischi attuali e futuri del settore, in
realtà la maggior parte dei mutui erogati sono caratterizzati da un maggiore
grado di garanzia rispetto alla media e molti di essi sono garantiti
direttamente dallo stato. Oltre a ciò una buona fetta di essi è di tipo
commerciale mentre inferiori sono quelli residenziali. Se a questo si
aggiungono il fatto che ha un capitale sociale di tutto rispetto (Market
Cap: $3.7 billion) ed un dividendo pari al 13%, si capisce perchè a lungo
termine gli analisti siano concordi per un target price che prevede una
rivalutazione tra il 70% ed il 100% rispetto alle attuali quotazioni.
Personalmente ritengo l'investimento catalogabile come "alto rischio" e
quindi, se non si trova niente di meglio su cui investire, sarebbe meglio
limitare ad una quota poco significativa del proprio portafoglio. Di seguito
il grafico del titolo.
Grafico
Viva l'Italia
Mentre
nel 2007 l’incremento di valore commerciale degli immobili nell’area euro si
è in alcuni casi decisamente moderato ed in altri ha mostrato una situazione
di stallo, in Italia la situazione non ha praticamente avuto eco ed il costo
delle abitazioni è rimasto sostanzialmente in linea con quello del 2006, con
riferimento allo studio della BCE relativo alla prima parte del 2007. Questo
nonostante il mercato immobiliare arrivi da un incremento a dir poco folle
partito all’inizio degli anni ’90 e non ancora terminato quindi, situazione
inspiegabile se non con la pura speculazione, in particolare per il fatto
che stipendi ed inflazione non hanno certamente, nemmeno lontanamente,
tenuto il passo. E a maggior ragione questa situazione si evidenzia in
Italia con particolare riferimento a questo ultimo anno, proprio perché
mentre negli altri paesi (Belgio, Irlanda, Spagna e Francia soprattutto)
l’incremento è stato oggetto di una cospicua moderazione, in Italia ancora
questa situazione non si sente se non marginalmente e da parte
esclusivamente del consumatore. Escludendo zone signorili e centro storico
delle nostre città, la cui valutazione assume connotati extraterrestri, un
normalissimo appartamento di periferia di 80/90 mq. viene messo in vendita
tranquillamente a 230/250.000 euro (se siamo fortunati); nella stessa zona,
anni 1996/1997, una villa di 160 mq. con giardinetto per la verità nemmeno
così piccolo veniva venduta a prezzi molto simili; prendendo ora lo
stipendio di quegli anni di un impiegato bancario senza particolari
qualifiche e con pochi anni di anzianità e paragonandolo con quello odierno
ci rendiamo conto che stiamo parlando, al cambio in euro, di una cifra che
prima si aggirava sui 1100 euro mensili e che oggi è, a parità di
condizioni, di circa 1400/1500 euro, con un incremento in 12 anni circa del
30%, e stiamo parlando di una categoria notoriamente avvantaggiata (nello
stipendi base quasi essenzialmente) e che abbastanza di frequente ottiene
aggiornamenti del contratto collettivo di lavoro. La mia domanda quindi è
questa: un operaio o impiegato un po’ meno fortunato e che, essendo giovane
(se ha la fortuna di non essere precario!), ha uno stipendio di 1100/1200
euro circa, come può permettersi di comprare casa e pensare di trovare una
cifra pari a 200/250 volte il suo stipendio? In buona sostanza ne risulta
che quasi 20 anni di stipendi, qualora potesse permettersi di vivere d’aria
e non avendo vizio alcuno, sarebbero destinati all’acquisto della casa. E
soprattutto, mentre anni fa era possibile stringere un po’ la cinghia per
qualche anno, mettere da parte qualche soldino e quindi investirlo come
anticipo per poi fare un mutuo adeguato e non troppo opprimente, oggi la
cinghia non si può stringere perché ci hanno portato via anche quella (sono
fortunati quelli che hanno ancora i pantaloni!). Bene, il nostro è un paese
di allocchi e di evasori fiscali: i primi non si rendono conto che l’unica
cosa da fare sarebbe non comprare più un prodotto per costringere l’offerta
a moderare i prezzi (e vale non solo per le case ma anche per le auto, la
frutta e la verdura, la carne, ecc., basterebbe decidere per es. per un mese
di non comprare le zucchine, verdure ce ne sono tante altre, e vedere se chi
produce, lavora e poi vende le zucchine decide di adeguarsi oppure
preferisce chiudere i battenti!), i secondi invece se ne fregano, primo
perché loro con l’euro problemi non ne hanno avuto visto che chi vende alla
fine aumenta i prezzi e incassa di più, secondo perché i soldi che si
tengono in tasca gli permettono di avere a disposizione un discreto gruzzolo
con cui vivere meglio. I nostri politici dicono che sognano un paese in cui
tutti hanno una casa: evidentemente sognano spesso perché dormono tanto, ed
i risultati si vedono visto che i prezzi di quasi ogni prodotto sono
raddoppiati, triplicati e forse anche quintuplicati in alcuni casi negli
ultimi anni!
La sfida dei traders
Ricomincia l'annuale
campionato di trading che mette di fronte un gran numero di traders che
hanno l'unico scopo di aggiudicarsi il primo posto nella competizione per
aggiudicarsi esclusivamente la palma d'oro di migliore performer sui mercati
dei futures e delle azioni; dico "esclusivamente" perchè non viene assegnato
alcun premio al vincitore o ai primi classificati e questo da un lato fa sì
che si verifichi uno scontro leale tra persone che credono nell'applicazione
di un proprio metodo di lavoro, dall'altro che si evitino i soliti e viscidi
furbastri che poi, per aggiudicarsi il premio finale, ricorrono a trucchi
varie magari tentano pure di fare causa attaccandosi a qualche stupido
cavillo. Qui invece chi vince è certamente il migliore e la differenza tra
il primo e gli altri la dice lunga sul personaggio in questione, cioè se
nella media oppure un fenomeno. Per avere più informazioni potete andare al
sito
http://www.toptradercup.com/ ;
nel corso del periodo di operatività, se e quando possibile, provvederò ad
inserire i risultati del campionato, almeno per la testa della classifica.
Fondi comuni in
crisi. Ma solo da oggi?
Anche nel mese di gennaio
profondo rosso per la raccolta dei fondi comuni in Italia, situazione che
continua il trend già ben identificato nel 2007 con una raccolta record e di
segno negativo per quasi 20 miliardi di euro. In particolare i fondi
italiani hanno segnato un decremento di quasi 9 miliardi di euro e quelli
esteri 2,7 miliardi. Negativa per gli hedge f. e in particolare per i
tradizionali fondi aperti, mentre si mostrano in riprsa i fondi di liquidità
ma solo marginalmente se raffrontata con i deflussi delle altre categorie
(dati Assogestioni):
- azionari -9,7 mld; -
obbligazionari -6 mld; - flessibili - 2,5 mld; - bilanciati -1,8 mld; -
hedge f. -7 mln; - liquidità +886 mln.
Quale potrebbe essere il
problema legato a tale disastro? Sicuramente i problemi sono più di uno e
non necessariamente correlati tra loro. Certamente la paura di un nuovo
crollo dei mercati azionari favorisce questo deflusso di capitali perchè gli
investitori non vogliono vedere sfumare i propri risparmi o i precedenti
guadagni in pochi mesi; sicuramente gli stessi poi rientreranno dopo che gli
indici saranno nuovamente saliti ai massimi o oltre i massimi, lasciando per
strada il meglio del rendimento dei fondi stessi. Un altro problema è
sicuramente legato al metodo di vendita dei fondi comuni nelle banche
italiane: visto che tra i fondi gli azionari sono quelli che rendono di più
allora meglio incoraggiare tutti all'acquisto, indipendentemente dalle reali
necessità dell'investitore. Certo è che se da una parte le istituzioni che
vendono le sottoscrizioni agissero più onestamente nei confronti della loro
clientela, individuando l'esatta e appropriata collocazione
dell'investimento in fondi e loro diversificazione per la tipologia di
portafoglio che devono gestire, e dall'altra gli investitori si decidessero
ad individuare nel fondo comune una vera forma di investimento e non un
prodotto "estraneo" alla loro vita finanziaria e sottoscritto solo perchè il
loro consulente bancario glielo propone, forse tutti ci guadagnerebbero di
più, sistema generale compreso. E questo perchè, cari signori, a parte le
frottole che ci vogliono far credere a caratteri cubitali sui giornali di
questo periodo confidando nella mancanza di memoria storica e di competenze
nel settore, il decremento delle sottoscrizioni in fondi è cosa reale dal
2001; e se questo nel 2001/2002 era spiegabile con la svalutazione delle
borse mondiali, ciò non ha senso dal 2004 in avanti. A maggior ragione
dunque ritengo che la somma tra l'incompetenza del venditore e la mancanza
di conoscenza del compratore decidono oggi le sorti del prodotto "fondo
comune" e considerando che questo prodotto è sicuramente recente, nel giusto
contesto della durata ideale di investimento, non si può certo pensare che
sia obsoleto a causa della sua età! Ma se per il venditore il problema si
risolve con altri prodotti (polizze varie e obbligazioni di propria
emissione) che addirittura rendono anche di più e spesso si adattano meno
degli stessi fondi alla situazione del cliente, per il cliente la situazione
si trasforma nel consueto passaggio "dalla padella nella brace". Per questo
motivo, visto che ormai tra i 15 ed i 60 anni circa la maggior parte della
gente è informatissima su telefonini, tv via satellite, navigatori
satellitari, pc, dvd e chi più ne ha più ne metta, non sarebbe opportuno
sapere un p0' più precisamente che fine fanno i nostri risparmi una volta
che sono usciti dalle nostre tasche ed entrati in banca? Per questo motivo
comunque penso che chi è causa del suo mal pianga sé stesso, a meno che uno
non abbia in alcun modo la possibilità di leggere uno stupidissimo prospetto
informativo o qualche spiegazione su giornali, internet e altre fonti ormai
raggiungibili da chiunque sui più diffusi strumenti finanziari sul mercato.
Le crisi dei mercati
azionari
E' arrivata una mail che mi
chiede se ci siano similitudini tra le varie crisi dei mercati come per
esempio quella del '29, dell'87 e '92, quella del 2000 e quella dei giorni
nostri. Solo qualche riga per dire come la penso.
Sicuramente ci sono
situazioni che si ripetono, quindi sia nelle fasi di forti boom di borsa che
nelle situazioni critiche, ma secondo me sono molto meno prevedibili di
quanto vogliano farci credere i "grandi" guru del trading, i quali
imbastiscono delle previsioni sui futuri crolli dei mercati in ogni momento
fino a quando si verifica veramente e poi scrivono libri e fanno corsi
riportando le loro precise previsioni tempo prima che l'evento si
verificasse. Praticamente io comincio a dire oggi che la borsa è destinata a
perdere il 50% dai massimi e dunque dimezzare il suo valore, lo ripeto
costantemente negli anni e, in base al grado di fortuna di cui godo,
l'evento si verificherà prima o poi. Appena succede scrivo di tutto con
tanto di prove. Tanto per essere chiari (e non dico il nome anche se è molto
conosciuto come il maggior conoscitore delle onde di Elliot) un noto
personaggio americano pronosticava da almeno un decennio un imminente crollo
dei mercati e quando questo si è verificato nel 2000 ha scritto il suo terzo
o quarto libro sull'argomento su come si usavano le onde per predire il
futuro; inutile dire che è andato a ruba anche perchè lui ha decisamente ben
pubblicizzato la sua "performance" di preveggente. Certo se avessi venduto
al suo primo avvertimento sarei stato indebitato per i prossimi 100 anni
anche sui minimi del 2002/2003!.
A mio parere la "scusa" per
far scendere i mercati può essere simile: per esempio la bolla sulle nuove
aziende fu indicata come causa principale nel '29 (in particolare le aziende
automobilistiche) e nel 2000 (la speculazione sulle aziende internet in
particolare sul nasdaq), oppure gli scossoni per alcuni scandali famosi come
i fallimenti recenti di qualche hedge found, ecc. La differenza invece credo
più sostanziale sia che i tempi di recupero degli indici in passato potevano
essere molto più lunghi (la crisi del '29 segnò gli americani in modo
determinante visto che per 25/30 anni non si rividero più i massimi reali
del '32), mentre oggi possiamo notare come i crash recenti del 1987 e del
2000 vengano recuperati molto più celermente, pur lasciando sul campo
ugualmente molti cadaveri.
Altre considerazioni più
approfondite meritano una maggiore conoscenza del sistema economico
internazionale del presente e del passato, cultura che io, anche se mi
piacerebbe, purtroppo non ho e per questo vi rimando ad eventuali testi in
materia che studino nello specifico le grandi depressioni della storia
economica.
Societè Gènèrale. I
francesi, prima Alitalia e ora questo: non sembrano poi tanto furbi!
La
Societé Générale è il secondo Istituto di credito
francese: una banca di grande tradizione e di grande
solidità ma che in questi giorni viene travolta da
uno scandalo incredibile: Jerome Kerviel, un suo
giovane funzionario di 31 anni
(stipendio inferiore ai 100 mila euro all’anno
lordi), è riuscito a fare un buco valutato dalla
banca in 4,9 miliardi di Euro nel 2007. La prima
reazione della dirigenza è stato, ovviamente, il
licenziamento del trader. Il Presidente e il
Direttore generale hanno dato le dimissioni, subito
però respinte dal CdA. Il Presidente, Daniel Bertou,
si è autosospeso lo stipendio per sei mesi e il
proprio diritto a usare privilegi e premi per tutto
il 2008.La Banca ha lanciato subito un aumento di
capitale di 5 miliardi di Euro e ha presentato i
conti 2007, con un utile ridotto a 800 milioni di
Euro (praticamente la perdita è poco inferiore
all'utile dell'anno precedente). Fin qui i fatti. Il
Kerviel attualmente è stato fermato dalla polizia,
anche se si stenta a trovare un capo di imputazione
nei suoi confronti, in particolare perchè sembra che
l'impiegato non l'abbia fatto per lucro. Ma lo
scandalo è scoppiato , soprattutto perché i
fatti non stanno come sono stati presentati: così
almeno sostengono molti analisti finanziari
francesi. La Banca , come tutto il sistema
creditizio francese, ha una rete di controlli
cartesiana, insuperabile. E come ha fatto Jerome
Kerviel ha violare sistematicamente regole e
controlli ? Nessuno lo sa spiegare e nessuno lo ha
spiegato. Si è solo detto che il giovane si è
trovato dentro al ciclone della grande crisi
americana dei “subprimes”, in prevalenza prestiti
ipotecari a rischio. Ma questo non riguarda il
sistema del lavoro e dei controlli dell’Istituto.
Una o due operazioni potevano essere anche
sfortunate o sbagliate : ma non certo il giovane
funzionario avrebbe potuto chiudere affari, con
perdite da reddito di un intero Paese, come il
Nicaragua o addirittura quasi come l’Egitto. E
possiamo immaginare il volume di questi affari!
Tutto da solo e nella inconsapevolezza generale,
superando il primo controllo , che è quasi
quotidiano (il cosiddetto “back office”) e il
secondo, che già comincia ad essere strutturale (il
“ middle office”). E se non era da solo con chi era?
Questo si chiedono molti giornali francesi. E aprono
questioni di ovvia rilevanza scandalistica, se pur,
allo stato, poco credibili: quelle dell’affare del
secolo, della grande truffa, organizzata e gestita
dall’esterno, se pur incastrata sul Kerviel .
Oppure, dicono gli analisti finanziari, la verità è
che la Banca aveva subito quella perdita,
nell’intero comparto del commercio dei titoli e che
per mascherarla, onde evitare una caduta di immagine
enorme e con conseguenze terribili sulla clientela,
ha creato lo scandalo sul giovane Kerviel. In
effetti la Societé Générale ha una grande tradizione
proprio in questo lavoro di investimento titoli, per
clienti di piccole e medie capacità finanziarie. E
un buco di questo genere avrebbe screditato l’intero
lavoro della Banca nel settore e non solo. D’altro
lato il presentare la Banca con un sistema di
controlli quasi goliardico, forse non è poi
tanto meglio rispetto all’ipotesi del grande singolo
errore.
In
compenso ho trovato email di tutti i tipi a favore
di questo tizio, anche dei blog aperti in suo onore.
Una su tutte:
"BRAVO BRAVO E ANCORA
BRAVO!! COMPLIMENTI! sei un vero eroe... perdonami non me ne vengono in
mente altri.. sei tutte queste cose e tutte quelle che non mi vengono in
mente e che saranno inventate nel futuro universale"
Ma se uno che fa un buco
del genere mostrando di essere un incapace nell'arte del trading riceve
tutti questi complimenti e commenti favorevoli, tutti quei poveri diavoli
che invece guadagnano chi sono? Dei nuovi Messia? Mah, certe volte penso che
la gente sia matta, altre (come in questi casi) che sia proprio idiota!!
Perdenti, perchè?
Questa lista di regole che
ho poi messo insieme in un unico decalogo (utilizzando i, diciamo così, più
votati) l’ho trovata in internet leggendo moltissimi siti e/o documenti vari
che indicavano appunto questi quali motivi principali, se non unici, come
causa precisa e certificata delle perdite che assilla la gran parte dei
traders:
1) perde
continuamente e pensa, sbagliando, che esperienza, studio e impegno siano
importanti;
2)
usa stoploss fissi invece
di agire in modo dinamico.
3)
media sempre le posizioni
in negativo;
4)
sceglie i titoli in base alle notizie oppure ai fondamentali;
5)
chiude con piccoli gain e invece aspetta troppo stopparsi;
6) Si fissa su pochi
titoli;
7)
spera nella fortuna quando le cose vanno male;
8)
Opera seguendo i grafici, i pattern di prezzo, le candele giapponesi e gli
oscillatori;
9) opera prevalentemente in
scalping invece di sfruttare i movimenti importanti;
10)
quando perde non esce in tempo e tiene posizioni impossibili troppo spesso;
E’
possibile valutarli uno ad uno e capire eventualmente se corrispondono a
possibile verità per tutti oppure sono solo le solite frasi per riempire
pagine e pagine.
La
prima regola mi sembra veramente un’idiozia: in qualsiasi campo, settore,
professione ecc. lo studio delle situazioni, dell’ambiente, l’applicazione
continua e quindi l’esperienza che ne deriva non solo facilitano sempre il
lavoro ma permettono certamente un costante e continuo miglioramento delle
prestazioni personali, permettendo inoltre di accrescere la consapevolezza
riguardo alle cause di eventuali errori e quindi favorire la correzione di
futuri comportamenti erronei. Bocciata!
La
seconda potrebbe essere parzialmente vera, dal momento che i mercati non
sempre si muovono allo stesso modo, quindi in alcuni casi a parità di
ampiezza dello stop la volatilità maggiore del mercato potrebbe causare
problemi, così come in altri la bassa volatilità invece potrebbe rivelare
l’inutilità dello stesso livello di stop; situazione accettabile sarebbe
trovare un compromesso tra uno stop appositamente studiato in base alle
condizioni del momento ed il livello finanziario limite stabilito in base
alla propria propensione al rischio. Rimandata!
La
terza è quasi sempre vera e accettabile, perché mediare le posizioni in
perdita rischia non solo di arrecare perdite consistenti ma anche di
immobilizzare per troppo tempo una parte considerevole del proprio
patrimonio altrimenti utilizzabile in altre operazioni per recuperare le
perdite precedenti; sarebbe accettabile un tale comportamento solo nel caso
si avessero a disposizione risorse finanziarie illimitate o quasi rispetto
alle posizioni prese. Promossa!
La
quarta è alquanto opinabile ed è scritta e sostenuta da trader che si basano
sull’analisi tecnica per la propria operatività. In realtà non sarebbe
sbagliato investire in una azienda sana e con buone prospettive se il prezzo
dell’azione è decisamente inferiore ai suoi concorrenti sullo stesso
mercato, quantomeno se si ha un’ottica di lungo termine e si è disposti ad
aspettare il risveglio dei compratori sul titolo in oggetto. Provate a dire
che ha avuto torto, così tanto per ricordare, a chi a metà degli anni ’90 ha
investito sul Banco Desio che da anni quotava tra 1,2 e 1,5 con volumi
bassissimi e praticamente dimenticato dagli operatori nonostante i buoni
risultati, solo perché si privilegiava investire sui nomi altisonanti: oggi
dopo l’ultimo e ancora attuale cataclisma di borsa si ritrova con i suoi
soldini più o meno quintuplicati in una decina di anni e dopo aver raggiunto
anche più di sette volte il capitale investito. Bocciata!
La
quinta è senza dubbio veritiera perché un buon piano di trading non può
funzionare a lungo se prevede di fare pochi punti di gain e posizionarsi poi
stoploss di 4-5 volte il guadagno potenziale, altrimenti se si incorre in
2-3 stop consecutivi occorrerà poi fare 10-15 operazioni vincenti
consecutive anch’esse senza sbagliare solo per tornare in pari: rischioso,
probabilmente perdente e comunque troppo stressante dal punto di vista
psicologico. Promossa!
La
sesta non ha senso per i motivi spiegati nella prima: fissarsi su un numero
limitato di strumenti potrebbe anche limitare l’operatività in termini
quantitativi ma certamente permette una migliore conoscenza dello strumento
o degli strumenti e dà certamente migliori opportunità di valutare rischi e
opportunità operative. Bocciata!
La
settima non è nemmeno discutibile: si lavora con un metodo e con un piano
preciso, altrimenti si lascia perdere subito, il caso o la fortuna sono una
creazione dell’uomo che necessita di credere in qualcosa. Promossa!
L’ottava è altrettanto non discutibile, ma questa volta al
contrario. Se c’è qualcuno che sostiene di operare proficuamente senza l’uso
di grafici e strumenti annessi o connessi probabilmente non vi farà mai
vedere come opera realmente dal vivo, quasi sicuramente perché dice balle!
Certo con l’esperienza si può anche andare in auto senza bisogno di guardare
tutti i segnali stradali più ricorrenti, ma se la strada si interrompe su un
precipizio segnalato e noi ignoriamo il cartello non è che la cosa ci può
fare tanto bene. Bocciata!
La
nona regola andrebbe vista sotto molteplici aspetti; qui possiamo invece
dire che anche lo scalping può portare ottimi risultati perché se da una
parte si perdono i movimenti forti è anche vero che a controbilanciare c’è
generalmente un minor rischio che il trader è disposto ad assumersi ed
inoltre dipende molto dalle capacità e possibilità operative della persona.
Rimandata!
L’ultima è certamente sacrosanta: è inutile intestardirsi
nella speranza di vedere perdite tramutarsi in guadagni come d’incanto. Se
il nostro metodo prevede l’uscita in perdita occorre procedere senza
rimpianti e ripartire in una direzione diversa senza rimpianti, onde evitare
di accumulare solo situazioni perdenti e stagnanti inutili e negative sotto
tutti i punti di vista.
La
discussione ha ovviamente carattere personale e chiunque può scrivere per
dire la sua privatamente oppure permettendomi di pubblicarla come confronto
utile a tutti; certamente però chiunque converrà con me che ognuno dice la
sua e non sempre la loro è vera o utile alla nostra causa.
Buon compleanno alla borsa
di Milano
La nascita della nostra
borsa valori risale dunque al lontano 1808 quando, per ordine di Napoleone
(grande uomo, politico, generale e imperatore), l'allora vicerè Eugenio
(Beauharnais) ne ordinò l'apertura ed il regolamento e diede inizio alle
contrattazioni il 15 febbraio. La Borsa di Milano nacque per soddisfare due
diverse esigenze: da una parte quella dei banchieri italiani che in tal modo
rendevano ben più ufficiale e meglio regolato un sistema di scambio già
esistente dandogli anche una adeguata sistemazione logistica, dall'altra la
necessità di Napoleone di creare un mercato il più possibile controllato ed
efficiente dove collocare le emissioni del debito pubblico in concorrenza
con il mercato borsistico dell'odiata Inghilterra. Dunque le contrattazioni
iniziarono il 15 febbraio 1808 ma fino al 1813 vennero emanati regolamenti
che modificarono sia il comportamento degli operatori che la struttura
materiale della borsa stessa. Dal 1816 e fino al 1825/1830 circa, cioè dopo
la Restaurazione del potere austriaco in Italia, la borsa conobbe un periodo
di quasi inattività e solo dopo l'inizio degli anni '30 ricominciò la vera
attività grazie allo sviluppo dell'industria e del commercio, consolidandosi
poi in seguito negli anni '40 e '50 grazie anche e soprattutto allo sviluppo
di vie e mezzi di trasporto e comunicazione ed all'indotto che da essi ne
derivava. Negli anni '70 una forte emissione di titoli di debito pubblico
entrò a far parte delle contrattazioni in seguito all'unificazione della
nostra penisola, situazione che comportò appunto un onere finanziario molto
gravoso. Vennero inseriti poco dopo i titoli delle prime compagnie
ferroviarie e di alcuni istituti di credito; verso la fine dell'ottocento e
poi nei primi anni del nuovo secolo il listino, grazie anche allo sviluppo
industriale che portò una decisa crescita del paese raggiunse oltre 150
titoli quotati assumendo importanza anche per volumi di contrattazione. Fino
ai primi anni del novecento le piazze finanziarie principali erano
concentrate a Genova, Milano, Torino, Firenze e Roma; fu proprio in questi
anni che, complice una grave crisi che colpì le altre borse ma in
particolare la già importante Genova che Milano assurse al ruolo di borsa
principale e da lì in poi divenne "la borsa italiana" come noi oggi la
conosciamo. Nel 1928 venne affidato all'architetto Paolo Mezzanotte il
compito di progettare una nuova sede. Essa fu inaugurata quattro anni più
tardi in una nuova piazza completamente rimodellata e denominata Piazza
degli Affari. Nel dopo guerra l’attività riprese a pieno ritmo e per tutti
gli anni ‘50 si ebbe una lunga fase espansiva in cui la forte crescita dei
corsi azionari accompagnò il boom dell’economia italiana. Il numero
delle società quotate rimase sostanzialmente invariato e tra queste crebbero
i settori assicurativo, finanziario ed elettrico. Nel 1956 furono proposte
dal ministro delle Finanze nuove norme tributarie che imponevano agli
intermediari di borsa la comunicazione quotidiana di tutti i contratti a
termine conclusi. Le proteste degli agenti di cambio furono immediate e
paralizzarono l’attività per qualche mese. L’obbligo venne aggirato
introducendo una forma di contratto per contanti a liquidazione differita,
che venne definitivamente approvata nel 1958. Con i primi anni ’60 il ciclo
di espansione economica rallentò: la crescita dell’inflazione e l’andamento
negativo della bilancia dei pagamenti portarono un’inversione di tendenza
mentre l’intervento crescente dello stato nell’economia agì come un fattore
depressivo sulla borsa. I beni rifugio come i titoli di stato e del reddito
fisso acquisirono peso rispetto al mercato azionario. La nazionalizzazione
dell’industria elettrica portò alla cancellazione dal listino di alcuni tra
i titoli più scambiati; altri furono interessati da processi di
concentrazione finanziaria, come la fusione Edison-Montecatini del 1966. Con
l’inizio degli anni ’70 la borsa perse quasi completamente la propria
funzione di finanziamento della crescita industriale. Il risparmio venne
sempre più dirottato verso il fabbisogno pubblico, sostenuto da alti tassi
di interesse e l’attività sui titoli azionari si ridusse a passaggi dei
pacchetti di controllo e a operazioni di puro carattere speculativo; in
questi anni venne istituita la Consob per il controllo delle società
quotate. Tra la seconda metà degli anni ’70 e i primi anni '80 vennero presi
provvedimenti per contrastare un clima economico italiano e internazionale
poco favorevole. Nel 1977 l’indice raggiunse i minimi storici dal
dopoguerra. Per aumentare gli scambi fu adottato allora il sistema del
credito d’imposta che pose fine alla doppia tassazione dei redditi e nello
stesso anno fu istituito ufficialmente il Mercato ristretto per ampliare
l’offerta dei titoli negoziabili. Ancora nel 1983 vennero introdotte nuove
agevolazioni fiscali (esenzione d’imposta per le plusvalenze realizzate in
fase di cessione) volte a incentivare gli investimenti finanziari. Dalla
fine degli anni '80 è praticamente storia dei giorni nostri, con
l'espansione continua della borsa milanese, l'arrivo e il boom dei fondi di
investimento, il nuovo mercato telematico, la privatizzazione, l'inserimento
di nuovi settori per permettere la quotazione anche di aziende
medio-piccole, la revisione degli indici generali e settoriali ed infine la
fusione con la borsa di londra.
Questa una veloce
panoramica senza pretese e certamente senza dovizia di particolari, con
un'unica consapevolezza: cambiano i tempi, le persone, i titoli e le regole,
ma il mercato è sempre fatto di alti e bassi, crolli e boom, guadagni e
perdite e se dopo 200 anni le cose stanno ancora così... adattiamoci!
Crisi
delle borse mondiali
Oggi si
parla della crisi che sta investendo i mercati finanziari e le cause sono
molteplici, tante quante sono le direzioni dalle quali queste motivazioni
provengono, o quasi. Le principali e più diffuse sono legate all’aspetto
macro-economico da una parte e ciclico-esoterico dall’altra.
Punto
di vista macro-economico.
Il
deficit commerciale Usa ha raggiunto un livello ritenuto insostenibile
dalla maggior parte degli economisti che già da tempo auspicano un
cambiamento strutturale nella politica economica del paese per scongiurare
le possibilità di una recessione pesante dell’economia Usa. Invece, giusto
per peggiorare quanto basta la situazione, il sistema finanziario americano
ha approfittato di questa situazione speculando sulla disponibilità di
denaro facile e concedendo i mutui subprime
permettendo dunque di accedere ai prestiti anche a chi non poteva fornire
alcuna garanzia. I prestiti sono stati cartolarizzati per esse poi diffusi
nel sistema bancario e finanziario internazionale. Si è inevitabilmente
creata così una bolla speculativa principalmente di origine immobiliare che,
dati i presupposti, non poteva durare e che ad un certo punto è scoppiata,
trascinandosi dietro tutto il resto.
Petrolio. L’economia degli USA deve gran parte
della sua fortuna, è risaputo, grazie al credito offerto dai paesi
produttori di petrolio, in particolare dell’Estremo Oriente, i quali hanno
accettato in pagamento miliardi di dollari di riserve in buoni del tesoro
dagli USA, facendone un impero economico basato sul credito e, a mio
modesto parere, riuscendo sempre più nel tempo ad avere il controllo, più o
meno efficace, del loro apparato economico. Se si aggiunge il fatto che il
dollaro è la moneta internazionale per gli scambi commerciali e che dunque i
paesi mondiali hanno dovuto nel tempo accumulare ingenti riserve della
moneta USA è quindi facile scoprire che gli americani in tutti questi anno
hanno semplicemente dovuto stampare dollari ogni volta che serviva per
acquistare all’estero, grazie anche all’abolizione degli accordi di Bretton
Woods nel 1971 che obbligavano a mantenere un rapporto tra le riserve
effettive di oro e la valuta stampata. E’ in questo modo che si sono create
le condizioni che hanno portato ad un grave squilibrio nella bilancia
internazionale dei pagamenti, che incide tanto più sull’economia mondiale
quanto più questa risulta interconnessa.
Varie. La moneta USA è scesa ai minimi degli
ultimi 15 anni e ciò ovviamente comporta difficoltà legate al potere
d’acquisto a livello internazionale della nuova valuta forte, cioè l’Euro.
Il deprezzamento del settore immobiliare da tempo in atto e, nonostante le
continue rassicurazioni in merito, probabilmente ancora lontano dal crollo
vero e proprio che si potrebbe verificare fra qualche anno. L’indebitamento
delle famiglie americane che, causa i tassi mantenuti bassi per lungo tempo,
hanno raggiunto livelli di guardia importanti e soprattutto è servito a
drogare la crescita economica che ormai si basa per larga parte proprio sui
debiti personali.
Punto di vista ciclico.
Mentre la
discussione ed enunciazione degli aspetti economici di cui sopra è
generalmente farina del sacco di economisti e studiosi del sistema
commerciale e finanziario mondiale, la spiegazione dei crolli dal punto di
vista ciclico, se fatto in modo approfondito e particolareggiato, è farina
del sacco di chi in realtà non può o non vuole acquisire un minimo di
cultura economica ma vuole comunque partecipare alla discussione sui boom e
sui crash delle borse mondiali (salvo che l'argomento sia più ragionvolmente
affrontato in modo serio sotto l'aspetto tecnico finanziario dei prezzi). In
questi casi (documenti, trattati o interviste) sentirete citare i cicli a 10
anni, a 20, 30 e 50, 60 e 100, 120 e 200 anni, quindi multipli e
sottomultipli. Il problema principale è che la gente li ascolta pure e non
si rende conto che anche solo due dei cicli sopra indicati, con i loro
multipli e sottomultipli, rischia di portarvi a considerare ogni ciclo, da 1
giorno a 1000 anni, come un potenziale ciclo effettivamente valido. In
effetti è molto probabile che nessuno tra chi parla di cicli temporali
(e magari ci mette pure l’aspetto esoterico in mezzo) abbia la benché minima
idea di quello che sta dicendo.
Conclusioni.
La
conclusione è solo una mia considerazione personale e cioè che l’unica cosa
che serve tenere presente è una semplicissima legge della fisica che dice,
più o meno, che quando un oggetto spinto verso l’alto esaurisce la sua
spinta tenderà a tornare verso il basso, e che quando scende e trova un
valido supporto tende a rimbalzare nuovamente verso l’alto; è sempre
successo e presumibilmente succederà sempre. In definitiva tutto quello che
sale prima o poi scende, poco o tanto, e viceversa; noi dobbiamo solo
considerare l'evoluzione dei prezzi per cerare di trovarci nella direzione
giusta del mercato, ma soprattutto ricordate: è il prezzo che ci fa
guadagnare, non il tempo o i cicli o le opinioni sul mercato, solo ed
esclusivamente il prezzo che si muoverà a nostro favore oppure contro!!. Gli
economisti motivano sempre il crollo delle borse o la recessione economica
solo dopo che questa è abbondantemente iniziata oppure la anticipano
talmente tanto, creando spesso allarmismi ingiustificati, da vederne lo
svolgimento solo dopo parecchi anni. Per chi sostiene invece la validità dei
cicli nella previsione dei crolli o dei boom di borsa è tutto sempre molto
semplice da spiegare, ma anche per loro purtroppo questo non avviene mai in
anticipo: se fosse vero quello che sostengono, cioè che sanno prevedere in
anticipo i movimenti dei mercati in base ai cicli temporali, basterebbe
convincere tutti, per una volta nella loro vita, (non sempre ci
mancherebbe!) dicendo con assoluta certezza qualche settimana prima che si
verifichi, nemmeno anni, l’esatto momento del minimo o del massimo di
periodo e magari ripetere la cosa qualche mese più avanti (per scongiurare
l’effetto “fortuna del principiante”). A questo proposito mi viene in mente
una cosa riferitami da un amico tempo fa, il quale dopo aver sottoscritto un
abbonamento per la consulenza finanziaria, a fronte di messaggi che
riportavano guadagni giornalieri fantastici, lesse un giorno che il mercato
sarebbe girato al ribasso intorno alle 13 e, come per magia, circa a
quell’ora il mercato in effetti scese e terminò la seduta sui minimi.
Convinto di aver trovato il mago della borsa lo seguì nella successiva
previsione sempre al ribasso e si posizionò short con i derivati; il
bilancio della prima seduta fu negativo (+1,5% credo dalla sua entrata) ma
il consulente disse che era solo una mossa per far cedere i ribassisti e
quindi si teneva. Le tre giornate successive furono da incubo, tutte con
rialzi da tempo sconosciuti e con conseguenti perdite elevate e quasi
insostenibili, sia dal punto di vista finanziario che psicologico. Ed il
consulente? Era dispiaciuto, di solito, ha detto, non mi succede di
sbagliare. Ma và?? E quale fesso direbbe il contrario? Bè signori se volete
vedere un mago all’opera non iscrivetevi ad un servizio di consulenza
finanziaria, andate piuttosto a vedere Harry Potter e rilassatevi per un
paio di ore.
Nuove piattaforme e nuovi
orizzonti per il trading
L’industria del trading on
line offre una grande possibilità di scelta tra numerose piattaforme di
analisi tecnica. Da anni il punto di riferimento del settore per
completezza, facilità di utilizzo e per la progettazione dei trading system
è sicuramente Tradestation 2000 di Omega Research ma negli
ultimi due anni nuove piattaforme si sono affacciate sotto le luci della
ribalta decise a ritagliarsi un posto di primo piano nel mondo del trading
on line. Tradestation è il software più diffuso al mondo e quello su cui nel
corso del tempo si è sviluppata la più ampia letteratura in materia di
trading system. Uno dei motivi di successo della piattaforma risiede nel
linguaggio di derivazione Pascal molto semplice (denominato appunto
Easy Language) ma al tempo stesso completo. Tradestation consente
di realizzare e testare con efficacia le proprie idee di trading
accontentando le esigenze anche degli utenti più smaliziati. Purtroppo la
piattaforma non eccelle dal punto di vista grafico, aspetto dove sembra
risentire del peso degli anni. Il software può essere integrato dal
Rina Portfolio Evaluator per effettuare il testing di portafoglio e
la definizione di strategie di money management ed asset allocation. Negli
Usa oramai Tradestation 2000 è considerato obsoleto e non è più oggetto di
aggiornamento, è infatti stato sostituito dalla nuova versione chiamata
Tradestation 8 (www.tradestation.com)
che si propone come non plus ultra per la progettazione dei trading system.
Il linguaggio è stato potenziato, sono stati risolti alcuni piccoli ma
fastidiosi bug che affliggono la versione 2000, la parte grafica è stata
potenziata. Un importante punto di forza risiede nel mettere a disposizione
dell’utente storici tick by tick di svariati anni di lunghezza sia per il
daily che per l’intrday, inoltre la piattaforma è diventata anche
dispositiva in quanto Tradestation si è trasformato in broker. Proprio
questo è l’aspetto che per ora ha frenato la diffusione del software in
Europa in quanto per potere usufruire della piattaforma Tradestation 8
occorre aprire un conto negli Usa. Negli ultimi tempi la TS Support (www.tssupport.com)
ha però messo in produzione un software che viene incontro alle esigenze dei
trader europei. Tale software è denominato OwnData e funge
da interfaccia attingendo ai dati di fornitori esterni come ad esempio
eSignal in modalità on demand (quindi se viene a mancare il dato da un
fornitore esso viene richiamato da altre fonti, se disponibili). In questo
modo facendo lavorare Tradestation 8 in offline è possibile alimentarlo con
i dati dei mercati europei che non sono attualmente disponibili, ed
eventualmente, fare trading completamente in automatico (ricordiamo che la
Consob impone un tasto di conferma dell’ordine per il mercato italiano). A
differenza della vecchia versione 2000 il nuovo Tradestation 8 consente di
operare in modo completamente automatizzato con ordini stop e limit che
vengono inviati direttamente sui server dell’intermediario. Con Tradestation
2000 invece gli ordini vengono inviati al broker a mercato solo nell’istante
in cui il trading system raggiunge il livello operativo con un conseguente
incremento dello slippage (definito come la differenza tra il prezzo teorico
stabilito dal trading system e quello effettivo spuntato sul mercato). Per
anni concorrente storico di Tradestation 2000 è stato il software
Metastock prodotto dalla Equis (www.equis.com).
Il prezzo molto più basso rispetto al diretto rivale, l’affidabilità e le
buone potenzialità grafiche ne hanno agevolato la diffusione al grande
pubblico consentendogli di trovare una vasta platea di affezionati
sostenitori. Purtroppo la sintassi del linguaggio è poco flessibile e dotata
di potenzialità inferiori rispetto al software di Omega Research e per
questo si presta con più difficoltà alla progettazione di trading system
professionali. Una variante made in Italy del Metastock che si indirizza
allo stesso target di clientela è rappresentato dal software Visual
Trader sviluppato da Traderlink (www.Traderlink.it).
La piattaforma ha subito negli ultimi anni un aggiornamento continuo sia
nella parte grafica-informativa sia nell’area trading system ma ancora tante
sono le implementazioni in agenda come spiega Luca Ricchi di Traderlink
secondo il quale sono allo studio alcune nuove funzionalità che renderanno
il TradingSystem di VT ancora più potente, come ad esempio la possibilità di
utilizzare più titoli sullo stesso TS in modo da operare "per confronto",
l'utilizzo di compressioni temporali differenziate contemporanee sul titolo
in modo analizzarlo istantaneamente su scenari differenti”. Visual Trader,
oltre a fornire direttamente i dati di borsa ai propri clienti, ha anche un
carattere dispositivo, si può infatti utilizzare per inviare gli ordini
d’acquisto e di vendita a due delle principali società d’intermediazione
italiane. I punti di forza della piattaforma secondo Ricchi sono la
fruibilità di impiego e l’attenzione nei confronti del cliente il quale è
coadiuvato da un customare care di ottimo livello. Gli utenti, soprattutto i
meno esperti, vengono seguiti dal reparto assistenza anche nella risoluzione
di eventuali problemi. L'attenzione verso la formazione degli utenti ha
portato da sempre alla ricerca di un contatto diretto tramite corsi di
formazione tenuti in tutt'Italia. Uno dei concorrenti di Tradestation più
agguerriti e celebrati arriva ancora una volta dagli Usa dove è stato
considerato da 14 anni consecutivi miglior servizio di dati in tempo reale
(fonte S&C Awards, 2006). Ci riferiamo ad eSignal (www.esignal.it)
che è leader nella fornitura dati in tempo reale di tutti i mercati
mondiali. eSignal rappresenta attualmente il quarto più grande fornitore
dati in tempo reale, il primo fornitore al mondo per clientela privata, con
oltre 200.000 postazioni attive, e più di 5,5 milioni di titoli seguiti in
tecnologia streaming push. eSignal mette a disposizione
diverse tipologie di piattaforme per le diverse esigenze degli operatori,
dal trader privato indipendente all’organizzazione istituzionale. Secondo
Massimiliano Del Corona, rappresentante italiano di eSignal, i punti di
forza della piattaforma sono molteplici: i trader discrezionali hanno a
disposizione tutti i tipi di charting - Market Profile compreso – tutti i
time frame, tutti gli strumenti grafici, un elevatissimo numero di
indicatori, e la possibilità di costruirne di nuovi. I trader meccanici
hanno a disposizione un linguaggio potente, derivato dal Javascript 1.5, la
funzione backtesting di ultima generazione e quella replay. Per venire
incontro alle esigenze dei trader eSignal ha inoltre incluso nella
piattaforma un software compilatore - Formula Wizard - che
permette la costruzione di indicatori e trading system senza dover
necessariamente saper programmare. eSignal è compatibile con la maggior
parte dei software per il trading automatico. Si interfaccia direttamente
sia con Tradestation 2000 sia con Metastock
mettendo a disposizione dell’utente anche la funzione di recupero dati
intraday. Coloro che lo desiderano hanno accesso ai migliori studi
Add-on, e volendo fino alle punte di diamante Advanced GET
e Dynamic Trend Profile reputati attualmente il Top
della ricerca di Oltreoceano nell’ambito del trading professionale.
La nascita del linguaggio eSignal Formula Script (EFS), molto più recente
rispetto all’Easy Language, fa sì che sia molta poca letteratura sui trading
system realizzati con tale sintassi ma gli sviluppatori stanno colmando
velocemente il gap con un forum, anche italiano, molto attivo e con video
corsi on line. Tra le nuove realtà del mondo del trading on line si è
ritagliata un proprio spazio la piattaforma ProRealTime (www.prorealtime.com),
azienda parigina che ha impostato una strategia commerciale “silenziosa”
basata sul passaparola delle comunità internet preferendole alle pubblicità
ed alle fiere. L’azienda punta tutto su una piattaforma facile ed intuitiva
con un buon rapporto qualità-prezzo. La tariffa di connessione al programma
e la ricezione dei dati end of day è gratuita. L’abbonamento dati intraday è
invece a pagamento con una struttura modulare, ogni mercato addizionale
viene pagato con un costo a parte. La piattaforma, progettata con tecnologia
Java consente di fare scansioni di tutto il mercato in real time e con un
modulo aggiuntivo, definito ProBackTest, offre l’opportunità anche a chi non
è un esperto programmatore di poter realizzare propri indicatori e strategie
in modo semplificato. Infine segnaliamo una prossima anteprima per il
mercato italiano. La Ts Support, fonte inesauribile di novità, ha ideato una
piattaforma di nuova generazione denominata Multicharts
dotata di potenzialità grafiche molto elevate e di un editor pienamente
compatibile con l’Easy Language di Tradestation ad un costo molto inferiore
a quello della più nota capostipite. è quindi possibile importare tutti i
codici in modalità Easy Language senza bisogno di adattamenti, siano essi
indicatori o trading systems. Nelle intenzione dell’ideatore Dennis Globa
c’è di presentare presto una versione che incorpori la possibilità di
testare, oltre a singoli mercati, strategie di money management su interi
portafogli. La piattaforma può funzionare con modalità on demand sia in real
time che in end of day e consente di costruire una propria banca dati
partendo da singole parti di storico anche di formati diversi tra loro.
Nella prossima versione beta è prevista l’introduzione della possibilità di
automatizzare completamente l’operatività dei trading system (articolo da
internet a cura di E. Malverti).
E pensare che c'è gente che si spacca
la schiena tutti i giorni!!
E' stato un «trader» del Nymex
(New York Mercantile Exchange) a portare il greggio oltre la soglia
psicologica dei 100 dollari a barile. L'ha fatto tanto per provare
una emozione: difatti ha comprato da un altro «trader» mille barili
di greggio (il minimo consentito) al momento giusto per provocare il
tracollo, per poi rivenderli immediatamente, tra l'altro con una
perdita di 600 dollari. Lo ha rivelato al Financial Times Stephen
Schork, fondatore della newsletter Shork Report (che segue il
mercato petrolifero) ed ex «trader» al Nymex. «Potrà dire ai nipoti
che è stato lui a farlo. Sono sicuro che sta incorniciando la
ricevuta che comprova lo scambio». Difatti i responsabili dell'OPEC
si sono affrettati a comunicare: non è per colpa nostra. «Non
c'è problema di scarsità d'offerta del greggio», ha dichiarato
Hojjatollah Ghanimifard, direttore della compagnia nazionale
petrolifera iraniana (l'Iran è il secondo produttore dell'OPEC dopo
l'Arabia Saudita): «Secondo me, il
vero problema sta al di fuori del mercato del petrolio. C'è troppa
liquidità disponibile, il grosso del problema sta nel mercato di
carta sul greggio». Infatti sono stati gli speculatori sui
futures petroliferi, che scommettono sul rincaro, a provocare il
rialzo. E la loro frenetica settimana di gloria è stata coronata
dalla pura demenza dell'anonimo «trader» che ha comprato e rivenduto
in perdita i suoi mille barili (di carta) per essere l'uomo che
portò il greggio a 100. Ovviamente, rotta la barriera psichiatrica,
i futures scommettono - e dunque provocano - ulteriori rincari.
Siamo nelle mani di questo tipo di gente: cretini globali sul
mercato globale.
Ma il pirla del
Nymex ha un imitatore in Trichet, il governatore della Banca
Centrale Europa. Come si ricorderà, il 18 dicembre scorso la BCE
inondò il mercato interbancario con 380 miliardi di euro a 2
settimane - somma astronomica che lasciò stupefatte persino le
Banche Centrali anglo -americane - per dare liquidità alle banche
che rifiutavano di prestarsi soldi a vicenda, sapendo di avere in
pancia enormi buchi da perdite sub-prime e bisognose di costituirsi
riserve. Ebbene: adesso la BCE sta prosciugando l'alluvione che ha
provocato, riacquistando almeno 300 miliardi di dollari dalle
banche. Lo chiede con un'asta di acquisto, offrendo il 4%. E il
bello è che le banche, che avevano bisogno disperato di questa
liquidità, stavolta lo ridanno alla BCE: allo stesso tasso cui
l'avevano preso in prestito, è vero, ma con una perdita secca. Se
avessero usato quel denaro per concedere fidi e prestiti anche a
breve, avrebbero guadagnato di più. Ma evidentemente stimano che il
rischio di prestare, oggi, non valga il profitto. Lo stesso fanno i
banchieri anglo-americani: questi leoni del rischio, che negli anni
scorsi, senza batter ciglio hanno comprato 1,8 trilioni di dollari
di titoli confezionati con i mutui sub-prime (roba che puzzava
lontano un miglio, data l'insolvenza dei debitori dei mutui), oggi
corrono ad acquistare Buoni del Tesoro USA a 10 anni, come
pensionati tremebondi. Fra l'altro questi Bond di Stato decennali
danno un interesse che è inferiore al tasso d'inflazione, e ancor
più lo sarà perché l'inflazione non farà che crescere, e può perfino
diventare iper-inflazione. Cioè stanno facendo un cattivo affare per
paura del rischio, come ne fecero prima uno pessimo per attrazione
demenziale al rischio. Sono questi i cretini globali che per anni ci
hanno invitato ad affidare a loro i nostri risparmi, adducendo che
loro sì erano i veri esperti della finanza, i veri competenti della
speculazione. La BCE d'altra parte riassorbe l'eccessiva liquidità
di cui ha inondato l'Europa: e fa bene, anche se il costo
dell'operazione, per noi euro-contribuenti, non viene rivelato.
Ma perché aveva
creato quell'alluvione? E perché le banche prima sono corse a
prendere il denaro, ed ora corrono a restituirlo? Secondo
l'economista Francesco Forte, che fu ministro di Craxi, la BCE ha
aiutato le banche alla «foto di fine anno», ad abbellire i bilanci
che si chiudono il 31 dicembre. Il bilancio annuale viene poi «reso
pubblico l'anno seguente, come un fotofinish rappresentativo di una
situazione che si suppone strutturale», ironizza Forte- ma
strutturale non è. I malati si sono fatti dare il belletto per
tingersi le guance. Pura cosmetica finanziaria. Così, mentre le
banche si sono messe il fondotinta per il fotofinish e sembrano
sane, ottocentomila americani, nella sola seconda metà del 2007,
hanno cominciato le pratiche d'insolvenza che le porterà a perdere
la casa d'abitazione per pignoramento. Nel mondo anglosassone, le
perdite dei privati e delle banche ammonteranno - secondo le
valutazioni di Evans-Pritchard del Telegraph - a un trilione di
dollari, il che porterà come conseguenza una restrizione del credito
di 4 trilioni di dollari.
Un governo serio
come quello giapponese si prepara ad acquisti in massa di granaglie
sui mercati mondiali, per assicurare alla sua popolazione riserve
stabili in tempi di prezzi crescenti (il frumento è rincarato del
71% in un anno, la soya dell'81%) e per costituirsi riserve
d'emergenza nel caso di vera scarsità. Il Giappone è il più grosso
importatore mondiali di grani, e conta di aumentare le sue riserve,
attualmente bastanti per uno-due mesi di consumo, a tre mesi . Il
Giappone del resto si prepara a un rallentamento, per il fatto che
lo yen s'è apprezzato sul dollaro del 18%. Il fatto che l'euro si
sia apprezzato del 50, invece, non preoccupa i nostri cretini
locali, eurocrati alla Padoa Schioppa, mentre persino la Germania
sta rallentando. L'importante è la cosmetica finanziaria e qualche
trucco contabile creativo, ciò che essi credono essere l'economia.
In questa sfilata
di cretini planetari non dobbiamo dimenticare i sindacati italioti,
che - da quando Napolitano ha scoperto che c'è il carovita -
minacciano lo sciopero generale per aumentare i salari, tutti
quanti: come fare sciopero per l'alta marea, ma non è qui il punto.
E' come se CGIL CISL UIL fossero sbarcati da Marte due giorni fa, e
non avessero invece partecipato da decenni a tutti i negoziati con
Confindustria e governo, in base ai quali i salari nostri sono i più
bassi d'Europa. Con l'accordo collusivo dei sindacati cosiddetti
«dei lavoratori». Sono furbetti locali, ma la loro cretineria sta
nel credere di riuscire, anche stavolta, a darcela a bere. O avranno
ragione loro? In questo caso, i super-cretini siamo noi.
(Articolo
rilevato da internet).
E' di moda il guru
Quanto riporto di
seguito è conseguenza di una mail che mi rimprovera di non indicare sul
sito, come invece fa la maggior parte di chi opera nel settore a tutti i
livelli, previsioni sull'andamento dei mercati finanziari per l'anno 2008.
Direi che proprio per il fatto che non ci sono problemi a recuperare
materiale sull'argomento in internet, sui giornali e spesso anche in tv,
resto assolutamente sereno sapendo che anche chi segue il sito sarà già
stato ampiamente ragguagliato sulle prossime evoluzioni del mercato e che
dunque, forti ormai della conoscenza precisa di date e tendenze del mercato,
le indicazioni e le analisi di dimensione trading saranno per Voi
esclusivamente una leggera lettura rilassante nei momenti di relax, magari
anche fonte di ilarità qualora inserissi commenti divergenti da quelli dei
grandi guru della finanza. A questo proposito inserisco degli spezzoni di
materiale in parte in archivio (come promemoria) ed in parte scaricato da
vari siti: a dire il vero ci sarebbero centinaia di documenti ma ovviamente
qui mi limiterò a riportarne qualcuno relativo alla grande esperta di
finanza americana Abby Cohen la quale, tra le altre cose, per il 2000 aveva
previsto una ulteriore salita del DJ almeno a 14000/15000 punti (non è
proprio andata così!). La prima chicca:
La strategists di Goldman
Sachs si gioca la credibilita': stima un rialzo di +10.00% a 1.600 per lo
S&P500 nelle ultime 6 settimane del 2007. Sarebbe il piu' forte balzo del
benchmark dal 1971.
La strategist di Goldman Sachs, Abby J. Cohen, 55 anni, si
gioca la credibilita' con la stima di un rialzo a Wall Street di circa
+10.00% a quota 1.600 per l'indice S&P500 nelle ultime 6 settimane del 2007.
Sarebbe il piu' forte balzo del benchmark dal 1971. La Cohen, famosa per le
sue previsioni rialziste negli anni Novanta (ma sbaglio' in pieno il post 11
settembre e la recessione del 2002) stando a quanto riportato dall'agenzia
Bloomberg, sostiene che le perdite delle aziende Usa colpite dal calo del
mercato immobiliare saranno compensate dall'aumento degli utili di societa'
che operano nel comparto tecnologico e industriale al di fuori degli Stati
Uniti. La strategist di Goldman Sachs sostiene anche che una recessione in
America e' improbabile. La Cohen non e' la sola ottimista a Wall Street a
prevedere che lo S&P 500 oltrepassera' entro Capodanno il suo massimo
assoluto stabilito lo scorso ottobre a quota 1565.15. Secondo un sondaggio
di Bloomberg, 5 su 8 strategist di banche d'affari americane vedono l'indice
sopra quota 1600.
A proposito, cosa
scriveva nel 2001:
Milano. Il guru di Wall Street Abby Joseph Cohen, strategist
di Goldman Sachs, taglia il suo obiettivo per l'indice S&P 500 della Borsa
di New York nel 2002 a 1.250-1.400 punti da 1.550 e osserva che rappresenta
un ritorno del 15-25% sull'anno. L'analista dice però che non dà obiettivi
per il 2001 per l'indice, a causa degli effetti a breve termine sulla
fiducia dei consumatori dopo l'attacco dell'11 settembre. In una nota dopo
gli attacchi terroristici a New York e Washington di martedì scorso Cohen
scrive: "L'economia Usa si trova ad affrontare stress temporanei, ma è
fondamentalmente solida. Il sistema bancario ha funzionato bene nel corso
della crisi. Ci attendiamo una ripresa della crescita dell'economia e degli
utili nel 2002. L'azionario è prezzato in modo attraente, anche con gli
aggiustamenti dopo gli eventi dell'11 settembre".
"I precedenti minimi di una fase ribassista sono avvenuti solitamente a
livelli di sottovalutazione tra il 15 e il 25%. Lo S&P 500 era sottovalutato
del 25% alla chiusura del 10 settembre sulla base delle previsioni di utile
2001 e 2002 elaborate successivamente".
(17 settembre 2001)
Per finire un articolo
su cui meditare
Quel che disturba attorno a
Capodanno è la litania delle previsioni sulle borse. Gestori, analisti,
strategisti, economisti, operatori dell'azionario e operatori
dell'obbligazionario, convertiti all'equity, si danno un gran d'affare per
spiegare cosa succederà nei prossimi 12 mesi. La gran parte di questi
improvvisati guru è in una condizione, per usare un termine ricorrente, di
conflitto d'interessi: lavorando nella cosiddetta industria dei fondi o
facendo per mestiere il collocatore di titoli azionari o semplicemente
intermediandoli, trovano conveniente dar sfoggio d'ottimismo per attirare
clienti cui vendere fondi, titoli, gestioni eccetera. S'è mai visto un
gestore che pronostica un crollo delle Borse per l'anno a venire? (…)
Chiedere a un gestore se le azioni sono convenienti è un po' come domandare
all'oste se il suo vino sia buono.
Ma i più pericolosi di tutti sono gli esperti che si dicono indipendenti:
perché nessuno è disinteressato e nessuno ha la sfera di cristallo. Il danno
maggiore lo creano le autorità: i governi, quando ti dicono che le cose
andranno meglio, e soprattutto certe istituzioni come la Fed o la Banca
d'Italia o il Fondo monetario o la BCE. (…) Quasi tutti sono disposti a
credere ad un'autorità ritenuta super partes. E sbagliano: negli ultimi tre
anni sulla borsa e sull'economia non ne hanno indovinata una né la Fed, né
la Bce, né la Banca d'Italia né tanto meno il Fondo monetario. Hanno sempre
detto che le cose sarebbero andate meglio…
Infine ci sono i guru celebrati dalla stampa, oltre che dalla comunità
finanziaria, solo perché una volta hanno indovinato una tendenza. Gli
esperti alla Abby Cohen, strategist di Goldman Sachs e i guru cui il
momentaneo successo deve aver dato alla testa. Tra questi bisogna annoverare
Robert Pretcher, un ex batterista, convertitosi alla finanza, il cui merito
è stato quello di indovinare nell'87 il crollo di Wall Street. Non s'è perso
d'animo e aveva predetto il Dow Jones a 800 punti: il 90% in meno del suo
valore (all'epoca, infatti, l'indice americano quotava circa 8000p, N.d.R.),
a livelli che furono toccati molto prima nel dicembre del '70. I suoi libri
hanno comunque sempre un grande successo in America. E non stupisce: perché
il pubblico dei piccoli investitori ha sempre bisogno di sollecitazioni
forti, come quella di quel tale che, a inizio 2000, aveva predetto il Dow a
36mila e anche allora aveva trovato una folla di adepti.
Certamente meglio chi, nonostante esperienza e grandi capacità di definire
ed affrontare problemi reali, ammette di non sapere e di non poter prevedere
nulla. Come fece all'inizio degli anni '90, in un incontro tenuto a San
Miniato, l'economista John K. Galbraith, il quale, alla domanda su quando
sarebbe terminata la recessione e quanto sarebbe cresciuta l'economia negli
anni successivi (domanda cui gli altri esperti avevano risposto con cifre e
date precise), dichiarò: “Non possedendo una visione teologica dell'economia
posso solo dire di non sapere né quando avverrà la ripresa e tanto meno
quanto forte potrà essere.
Che dire:
a forza di prevedere che salirà (o crollerà) alla fine prima o poi succederà
e allora ..."saranno famosi"!! Buona previsione... ops volevo dire
continuazione
L'energia pulita può
rappresentare il business del futuro? Se si, occhio alle aziende quotate nei
vari settori o alle new entry
“Più di un quarto
dell’anidride carbonica, il gas serra che rischia di cuocere il pianeta,
viene dalla produzione di elettricità. Oltre metà delle centrali elettriche
attualmente in funzione nel mondo ha più di vent’anni: bisogna rimpiazzarle
e costruirne di nuove, visto che si prevede che la domanda globale di
elettricità aumenterà del 50 per cento da qui al 2030. Un quadrato di
pannelli solari di 250 chilometri di lato, piazzato nel Sahara, sarebbe in
grado di fornire, dicono gli esperti, tutta l’elettricità di cui il mondo ha
bisogno. Altri esperti dicono che il vento può dare un decimo dell’energia
mondiale. Insomma, c’è una montagna di quattrini da investire presto nella
produzione di elettricità, ma le nuove centrali potranno essere sempre meno
quelle tradizionali - a gas o a carbone - e sempre più quelle alternative,
perché bisogna ridurre le emissioni di anidride carbonica.”
“Il ministero
dell’Ambiente tedesco ha recentemente calcolato che il mercato globale delle
tecnologie ambientali, che oggi vale già 1000 miliardi di euro, raddoppierà
a 2.200 nel 2020. Per quanto riguarda specificamente le centrali, una grande
compagnia di assicurazioni, come la tedesca Allianz, calcola che in impianti
ad energia rinnovabile siano stati investiti 45 miliardi di euro nel 2005,
che diventeranno 250, cinque volte di più, nel 2020. E può darsi che
assicuratori e politici tedeschi siano fin troppo prudenti.” “Il cleantech è
basato sull’innovazione scientifica e tecnologica, è promosso da
imprenditori, è frammentato come Internet. Del resto, non sono solo i
profeti del venture capital a parlare di una quarta rivoluzione industriale,
dopo quelle del vapore, dell’elettricità e del computer. Lo proclamano i
documenti della Ue e dei governi: il salto tecnologico connesso all’energia
pulita può dare una spinta paragonabile a quella degli anni ‘90 alla
produttività e all’economia. Il rapporto della Allianz parla di centinaia di
migliaia di nuovi posti di lavoro, di un’industria ambientale che fornisce
alla Germania un contributo paragonabile a quello dell’auto nel secolo
scorso.” “A differenza dell’informatica, però, non sono gli americani, oggi,
a dominare il cleantech. Il 20 per cento del mercato delle tecnologie
ambientali è in mano ai tedeschi. Nelle classifiche degli attori più
importanti spiccano, con i tedeschi, danesi, spagnoli, cinesi, indiani,
spesso davanti agli americani. E gli italiani? Zero: in questa partita
ancora non ci siamo.” “La chiave di volta del cleantech, la sua pietra
filosofale è l’energia solare, dove svolta tecnologica e rischio
imprenditoriale più facilmente possono incrociarsi con l’effetto
moltiplicativo di una rivoluzione. Sfortunatamente, è anche la più elusiva:
l’energia iniziale è gratis, ma sfruttarla è difficile e costoso. Oggi, il
totale di energia solare prodotta nel mondo è equivalente ai bisogni
quotidiani di meno di tre milioni di case. La tecnologia più solida e
matura, per produrre elettricità dal sole, è quella della concentrazione
termica. Una platea di specchi concentra i raggi del sole su una caldaia,
dove l’acqua si scalda fino a diventare vapore che, poi, come nelle centrali
tradizionali, muove la turbina di un generatore.” “Se il parametro di
riferimento sono i costi di una normale centrale a carbone - il sistema più
sporco, ma anche più economico di produrre elettricità - dove produrre un
chilowattora costa da 2 a 4 centesimi di euro, quelli di una centrale a
solare termico sono attualmente lontani, ma non lontanissimi: fra i 7 e i 9
centesimi. E di poco superiori ai 6-7 centesimi di un chilowattora prodotto
con il gas.La distanza è enormemente maggiore per la via più fascinosa del
solare: il fotovoltaico, dove i pannelli trasformano direttamente l’energia
solare in elettricità. Oggi questo avviene con pannelli al silicio, lo
stesso materiale utilizzato per i chip dei computer. Nonostante la rapida
discesa del costo dei pannelli, l’energia fotovoltaica è ancora cara: da 26
a 34 centesimi per chilowattora, considerato il costo di impianto (sussidi
esclusi). La svolta che tutti attendono è quella che consenta di sostituire
i pannelli al silicio con film di plastica.” “Dove il cleantech va già
forte, invece, è sulle ali del vento. Le grandi eliche che cominciano a
punteggiare coste e campagne danesi, spagnole, tedesche e americane
forniscono oggi l’1 per cento dell’elettricità mondiale, quanto basta per le
necessità di 20 milioni di case. Ma l’eolico viaggia a ritmi di crescita del
30 per cento l’anno: da qui al 2012, aziende elettriche e governi
investiranno oltre 120 miliardi di euro nelle turbine. In Danimarca, già il
20 per cento dell’elettricità è fornito dal vento. In Spagna il 9, in
Germania il 7. Ne hanno beneficiato le industrie nazionali. Oltre il 28 per
cento del mercato mondiale della produzione di turbine è in mano alla danese
Vestas. La spagnola Gamesa, la tedesca Enercon, l’americana Ge se ne
spartiscono, in parti uguali, un’altra metà. L’indiana Suzlon ha il 10 per
cento.” “Le turbine diventano sempre più alte, le eliche sempre più larghe
per intercettare più vento. Brutte, ma efficienti. Il costo di un
chilowattora di energia eolica (sempre senza sussidi) è, ormai, quasi uguale
ai 2-4 centesimi di euro del carbone, inferiore a quello di un chilowattora
da gas. Il dipartimento dell’Energia americano calcola che, negli ultimi
anni, il costo dell’elettricità dal vento sia stato, in media, inferiore ai
prezzi all’ingrosso dell’elettricità sul mercato Usa.” “Naturalmente,
occorre che ci sia abbastanza vento. Ma Peter Kruse, di Vestas, sostiene
che, in media, il vento è economicamente competitivo con le fonti
tradizionali, almeno fino a quando il barile di petrolio non scenderà sotto
i 45 dollari. Oggi, con il greggio a 100 dollari, è una soglia piuttosto
remota. Il costo di produzione può scendere ancora, se si allunga il
diametro delle eliche dagli attuali 60 a 90 metri. Ciò che le renderebbe
ancora più ingombranti nel paesaggio, visto che devono essere
sufficientemente distanti l’una dall’altra, per non rubarsi il vento. Ecco
perché molti nuovi progetti localizzano i campi di turbine in mare: il
chilowattora, in questo caso, costa tre volte di più, ma ancora sotto i 10
centesimi. E c’è chi punta a metterle in alto, sospese come aquiloni
centinaia di metri su nel cielo, dove il vento è più forte e costante.” “Il
problema con il sole e il vento è che, quando c’è poco sole o poco vento,
c’è anche poca elettricità. In altre parole, le centrali verdi devono avere
il sostegno di flussi di energia alimentati da fonti meno volatili. E qui
tornano in gioco tecnologie già note, come quelle del carbone e dell’atomo.
Con attori ben conosciuti, perché, in un caso e nell’altro, gli investimenti
sono troppo massicci per un nuovo venuto. Per il carbone, la novità è nella
possibilità di sottrarre l’anidride carbonica e stivarla nel sottosuolo, ma
la tecnologia è ancora in fase sperimentale. Per il nucleare, che Co2 non ne
produce affatto, il dibattito si è riacceso ormai da un paio d’anni, ma i
ripetuti annunci di un nuovo imminente boom hanno prodotto finora l’avvio di
un solo nuovo impianto in Occidente. Ci sono i dubbi su sicurezza e gestione
delle scorie, ma anche motivi economici. Il costo di un chilowattora
nucleare è valutato intorno ai 4-5 centesimi di euro, ma tutto dipende da
quanto - in tassi di interesse - è costato finanziare l’investimento.
Inoltre, è un investimento non flessibile: non si possono togliere o
aggiungere reattori, come si può fare con un pugno di pannelli o di turbine.
Infine, l’affidabilità di una centrale atomica, rispetto alla erraticità
della produzione solare o eolica, ha un rovescio: il reattore deve
funzionare sempre al massimo, quale che sia il prezzo finale di vendita.
Anche nel mondo della nuova energia, è una scommessa impegnativa.”
Trovato nel web:
interessante e da controllare (qualcuno si ricorda di WD Gann?)
Come promesso sono a
parlare del pattern decennale sul DJ e in misura minore del Presidential
Elction Cycle per quanto riguarda lo SP500. Queste, in particolar modo la
prima, sono le figure su cui ho sempre basato le mie analisi previsionali
già a partire da inizio 2007. Il pattern decennale sul DJ rappresenta il
comportamento dell’indice DJ ogni decennio su un periodo di 100 anni (10
decenni dal 1900 al 1999). Come si può notare in tale figura l’anno che
termina per 7 è statisticamente un anno dove sono elevate le probabilità di
un forte ritracciamento. Così come gli anni che terminano con lo 0. Gli anni
in assoluto migliori sono quelli che terminano per 5, seguiti da quelli che
terminano per 8, mentre ottime opportunità di acquisto si prospettano alla
fine degli anni che terminano col 2, 3 e col 7. Il timing è molto importante
anche per il lungo periodo, ed è quello che fa la differenza, in quanto è
statisticamente provato che comprando un titolo all’inizio del sesto anno di
ogni decade, bisognerebbe aspettare la fine dell’ottavo anno per vedere
qualche guadagno. Comprando alla fine degli anni che terminano col 9,
bisogna aspettare almeno cinque anni, in media, prima di vedere qualche
profitto. Invito a controllare voi stessi sullo storico mensile del DJ sotto
allegato. Nello specifico, visto che questo 2007 sta terminando, andiamo ad
analizzare nel corso del tempo cosa è accaduto agli anni che terminano per
7. Partendo dalla preistoria dell’indice DJ abbiamo avuto dei minimi
importanti già nel 1857 da dove poi partì un movimento che portò al
raddoppio delle quotazioni. Così come nell’autunno del 1867, 1877 e 1897,
1907. Il 1917 fu una replica del 1907 dove i prezzi subirono in autunno una
drastica riduzione prima di decollare per un’altra fase toro di 2 anni.
Durante il 1937 ci fu ancora un forte ritracciamento che interessò anche il
primo trimestre del successivo anno da dove poi partì un mercato toro lungo
2 anni. Il 1957 ha seguito il modello previsionale alla perfezione così come
il 1967 e il 1977. Nel 1987 inutile dire ciò che accadde, tutti sanno del
crollo drammatico delle borse. Nel 1997 dopo 9 anni di salita pur chiudendo
l’anno in positivo l’indice tra luglio e ottobre lasciò sul terreno ben 1407
punti per un ritracciamento pari al 16,8%. Tutta questa serie storica di
dati che ho riportato è stata presa dal libro di Larry Williams “Investire
al momento giusto” dove tratta appunto del pattern decennale sul DJ.
Ovviamente libro stampato nel giugno 2005 quando ancora nessuno sapeva cosa
sarebbe accaduto nel 2007. Adesso lo sappiamo e possiamo aggiungere anche il
2007 a tutta la serie di anni di cui sopra, dove tale modello è stato
rispettato. Il DJ nel 2007 come 10 anni fa chiude il bilancio annuale in
positivo ma è passato da un deciso ritracciamento estivo-autunnale. E se
pure il seguito sarà rispettato ci dovrebbero attendere 2 anni di buone
performances dei listini. Nel passato, molto spesso verso la fine degli anni
con cadenza 7, per dare una scossa ai mercati, è intervenuta la FED limando
il costo del denaro, cosa puntualmente verificatasi anche adesso, altra
straordinaria coincidenza. Come abbiamo visto anche quest’anno il passato si
è ripresentato straordinariamente puntuale a dettare i movimenti dei
listini. Forte ritracciamento doveva essere e forte ritracciamento è stato.
Tale modello prevede in realtà una ripartenza sulla fine dell’anno, con un
rimbalzo dai minimi, ma se così è stato per es. per il DAX e in parte per
gli indici americani, così non è stato per il nostro SPMIB rimasto
attardato.
Per quanto riguarda lo SP500 Presidential Elction Cycle qui siamo al
cospetto di un modello che prende in esame il ciclo presidenziale americano,
e come sotto si può notare, oltre ad evidenziare un ritracciamento dei
mercati nel corso del 3° anno, cioè il 2007 in questo frangente, ci indica
anche un ultimo anno del ciclo (2008 in questo caso) come migliore di tutto
il quadriennio. Non rimane che tracciare un nuovo bilancio fra un anno per
verificare ancora una volta l’attendibilità di queste figure. In allegato
posto anche uno storico del DJ dal 1929, suddiviso in 6 grafici, invitandovi
a verificare quanto affermato. Nei cerchietti rossi sono evidenziati gli
anni con cadenza 0 e 7 dove secondo tale modello si verificherebbero forti
ritracciamenti, mentre cerchiati di verde si evidenziano gli anni con
cadenza 2 e 3 dove sempre secondo tale modello sarebbe conveniente prendere
posizione di lungo periodo. Non se ne può discutere l’affidabilità anche se
in qualche occasione è stato disatteso dai fatti. In ogni caso è sempre
opportuno muoversi dopo conferme da parte dell’analisi tecnica sul medio
periodo su base settimanale.
Riassumendo si potrebbe ottimizzare un trading di lungo periodo secondo
questa regoletta principale. Prendere posizione per il lungo periodo negli
anni con cadenze 2/3. Vendere nelle primavere degli anni che terminano col
7, rientrare verso la fine degli stessi per altri 2 anni toro, infine uscire
negli anni con cadenza 0 per ritornare toro sui mercati nei successivi anni
che terminano per 2 o per 3. Ovviamente in questi frangenti di mercati orso,
si può anche pensare di mettersi short con posizioni di lungo periodo.
Secondo tale modello quindi la recessione che in molti si aspettano già
oggi, arriverà invece probabilmente fra 2 anni, o meglio inizierà fra 2
anni, con l’anno della cadenza 0. Se ci sarà di mezzo un’altra guerra o
qualche altro sconvolgimento economico mondiale che ci porterà in
recessione, non è dato oggi saperlo, così come non era dato sapere anni
prima da cosa sarebbe stato causato il ritracciamento del 2007. Oggi lo
sappiamo, dai mutui subprime, ma saperlo oggi ha poca importanza, esercizio
arduo e difficoltoso è riuscire a prevederlo prima. Quanto sopra ovviamente
non ha il dono dell’infallibilità, ma la straordinaria frequenza con cui si
sta ripetendo da oltre 100 anni dovrebbe quantomeno far riflettere e farlo
tenere in dovuta considerazione. Magari questo pattern dal prossimo anno
sarà disatteso, ma avere in mente in quale punto del ciclo di questo
indicatore ci troviamo potrebbe essere molto utile anche in futuro. Mi
vengono in mente quanti sono rimasti incastrati nell’azionario prendendo
posizione nel 2000 in piena euforia da bolla e quanti impauriti e scettici
non hanno colto le enormi potenzialità presentate dai mercati nei successivi
anni 2002 e 2003. Bastava conoscere questo pattern.
Alitalia ai francesi? Un
debito in meno per i contribuenti italiani
ROMA - Acquisto del 100% di
Alitalia con lo scambio di azioni, acquisto del 100% delle obbligazioni
convertibili, immediata iniezione di liquidita' per almeno 750 milioni di
euro con un aumento di capitale aperto a tutti gli azionisti e circa 6,5
miliardi di euro (esclusi i leasing per la flotta) di investimento al 2015.
Con queste risorse il gruppo Air France-Klm intende intervenire per
integrare e ristrutturare Alitalia sia nei servizi di volo sia in quelli di
terra in modo che ''raggiungano il piu' alto livello degli standard attuali
e consentirle di tornare in utile nel 2010 e di crescere''. Quindi,
obiettivo non e' ridurla a semplice vettore regionale al servizio del
colosso franco-olandese ma rafforzarne il posizionamento anche per
permetterle di riconquistare le proprie naturali quote di mercato. E ancora,
mille esuberi solo in Alitalia Fly dove pero' sono previste nuove assunzioni
di personale navigante dal 2010 con l'ingresso di nuovi aerei. Sono questi
alcuni dei numeri del piano per Alitalia del primo gruppo al mondo del
trasporto aereo che, attraverso l'alleanza SkyTeam (di cui Alitalia fa parte
dal 2001), puo' servire 841 destinazioni nel mondo. Air France-Klm assicura
che Alitalia sviluppera' il proprio marchio e la sua identita' nazionale,
che rappresentano un forte asset per il gruppo franco-olandese, in un'ottica
multi hub e multi brand. Air France e Alitalia (che hanno uno scambio
azionario del 2%) hanno una joint venture sulle linee Italia-Francia molto
efficiente dal punto di vista economico e commerciale. SERVIZI A TERRA. Per
Alitalia Servizi sarebbe mantenuto lo status quo nelle societa' di
manutenzione (per cui sono previsti ristrutturazione e un presidio),
Information technology, attivita' aeroportuali, amministrazione e fare poi
delle partnership mantenendo una partecipazione di Alitalia al 30%.
PERSONALE. In linea con il piano di ''sopravvivenza e transizione''
elaborato dal numero uno dell'Alitalia, Maurizio Prato, sono previsti mille
esuberi in Alitalia Fly in cui entrerebbero 800 dipendenti di Alitalia
Servizi, dove invece non previsti esuberi. Le fuoriuscite dei lavoratori
sarebbero gestite anche con ammortizzatori sociali. Per piloti e assistenti
di volo come per il management c'e' la possibilita' di circolare fra le tre
compagnie del gruppo. Il piano prevede anche un incentivo per i dipendenti
legato ai risultati (come Management by Objective e stock option). FLOTTA.
Il rinnovo della flotta sara' la priorita' con la sostituzione di 57 MD 80 a
breve e medio raggio e dieci Boeing 767 a lungo raggio. E' previsto che otto
aeromobili passino da Alitalia alla controllata low cost Volare e altri 20
vengano messi a terra (10 Atr, 2 Embraer, due 767 e 6 MD80). Al 2010, ci
sarebbe la sostituzione dei B767 con i B777 di lungo raggio e al 2015 la
flotta risulterebbe integrata con otto nuovi aeromobili di lungo raggio (2-3
all'anno a partire dal 2010). Il cargo sarebbe rilanciato con l'ingresso nel
gruppo Air France-Klm. HUB. Con l'ingresso di Alitalia, il gruppo sara'
organizzato intorno a 3 hub ben posizionati in Europa, ciascuno con il
proprio ambito di influenza: Amsterdam, Parigi e Roma. A Malpensa, Air
France-Klm intende mantenere i collegamenti con Stati Uniti, Asia e America
Latina e sviluppera' i voli business nazionali e di medio raggio. Si
rafforzerebbe l'alleanza con la statunitense Delta. A Malpensa, avrebbe la
base Volare (la controllata low cost di Alitalia), che gestirebbe le
destinazioni turistiche in coordinamento con le rotte sviluppate negli anni
da Transavia Holland con voli in partenza da Amsterdam e Rotterdam e, piu'
recentemente, da Transavia France con partenze da Orly. In particolare, a
Milano continueranno ad operare i voli diretti verso tutte le principali
destinazioni con sufficienti flussi di traffico. Sara' migliorata la
qualita' dei servizi soprattutto per la clientela business, con voli in
partenza al mattino presto e rientro in orari serali. L'hub di
Roma-Fiumicino, base principale per i voli domestici in Italia, sara'
sviluppato per offrire anche ai Paesi mediterranei piu' vicini un elevato
numero di destinazioni europee e intercontinentali. MERCATO DOMESTICO. Per
riconquistarlo, Alitalia avra' bisogno di offrire alle aziende italiane
esportatrici il network del maggior gruppo mondiale, una politica
commerciale (orari, voli, servizi) coerente con le esigenze del sistema
economico ed industriale che rappresenta la spina dorsale dell'economia
italiana e delle esportazioni; di beneficiare di contratti 'corporate' per
le aziende italiane e, per tutti i clienti Alitalia, del vantaggio di
tariffe che danno accesso a tutte le linee aeree del Gruppo; dell'accesso a
tutti gli strumenti di sviluppo a disposizione del Gruppo ed in particolare
al piu' importante programma per 'frequent flyer' con un numero di partner
sempre crescente''. MERCATO INTERNAZIONALE. Per riguadagnare presenza il
gruppo franco-olandese prevede il sostegno ad Alitalia anche con la sua
forza di vendita. Entrando in Air France-Klm, Alitalia potrebbe rafforzare
il posizionamento del gruppo quale leader europeo in grado di competere con
i piu' importanti player in Nord America ed Asia.