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L'arte di investire

 

Nuovi orizzonti

 

Cina grande potenza economica? Bella forza!

Se nessuno ha mai sentito parlare di sfruttamento del lavoro minorile, "turni" lavorativi di 14/15 ore giornaliere, paghe indicibilmente basse e via dicendo allora forse è meglio che si faccia una cultura, almeno generale sull'argomento, visto che ci riguarda da vicino e in futuro da vicinissimo dal momento che Cina e cinesi sono già penetrati in tutti i mercati mondiali. Chi invece è già al corrente può leggere quanto riportato sotto, recuperato da documentazione varia e riassunto all'osso, non essendo questa la sede per discuterne approfonditamente; ma sempre di finanze ed economia parliamo e soprattutto dei nostri portafogli sempre meno gonfi da qualche anno a questa parte, quindi l'argomento è pertinente.

Da wikipedia

Il termine laogai si riferisce, propriamente, ad una particolare forma di lavoro forzato della Repubblica Popolare Cinese. Il termine è anche usato in modo generalizzato per indicare le diverse forme di lavoro forzato previste dal sistema giuridico e carcerario cinese, che include anche il laojiao ("rieducazione attraverso il lavoro") e il jiuye (letteralmente "personale  addetto al lavoro forzato", ma viene da alcuni considerato una forma indiretta di reclusione). Lo stesso termine laogai, in senso invece restrittivo, viene talvolta usato per indicare un campo da lavoro. Le condizioni di vita dei forzati e il loro impiego come forza lavoro sono spesso indicati come lesivi dei diritti umani. A questo proposito occorre tener presente che la Convenzione  dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ONU) del 25 giugno 1957 che chiede l'abolizione della condanna ai lavori forzati non è mai stata ratificata dalla Cina. Diverse fonti sostengono che nei campi di lavoro vengano comunemente applicati la tortura, la rieducazione politica e che vi sia un alto grado di mortalità dei prigionieri riconducibile a maltrattamenti di vario tipo. È anche altamente controverso il tema dell'uso che il governo cinese fa della manodopera a costo quasi nullo costituita dai carcerati, che secondo alcune fonti sarebbero sottoposti a ritmi di lavoro disumani e al limite dello schiavismo.

Estratto da un documentato articolo di V. Piattelli

Il numero dei Laogai e dei prigionieri è un segreto di stato. Secondo il Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sul Lavoro Forzato e la Detenzione Arbitraria, pubblicato nel 1997 dopo un viaggio in Cina, ci sono 230.000 persone in 280 campi di rieducazione attraverso il lavoro. La Laogai Research Foundation ha però individuato almeno 1000 campi in Cina e stima il numero dei detenuti fra i 4 e i 6 milioni di persone: dalla creazione del sistema dei Laogai fra i 40 e i 50 milioni di persone vi sono state imprigionate, tanto che in Cina praticamente ogni cittadino è imparentato o conosce qualcuno che è finito nei Laogai. Il Laogai non è un semplice sistema carcerario; secondo il Ministero per la Pubblica Sicurezza, il loro scopo è trasformare i criminali in persone che "obbediscono alla legge, rispettano le pubbliche virtù, amano il proprio paese, amano il lavoro duro, e possiedono certi standard educativi e abilità produttive per la costruzione del socialismo". In questo modo infatti viene rafforzato il controllo del Partito Comunista sopprimendo qualsiasi segno di dissenso. Fra i prigionieri politici dei Loagai si trovano attivisti pro-democrazia, sindacalisti, religiosi e fedeli di varie fedi e minoranze etniche come i tibetani, gli uiguri e i mongoli. Una volta nel Laogai, il detenuto viene costretto a “confessare” i suoi crimini, denunciare qualsiasi opinione anti-Partito e sottoporsi al regime di rieducazione e lavoro forzato. I funzionari dei Laogai devono attenersi all’enfasi tradizionale sulla riabilitazione dei prigionieri per trasformarli in “nuove persone socialiste”, raggiungendo allo stesso tempo precisi livelli di produttività e di profitto imposti dall’alto. Tutti i prigionieri dei Laogai sono sottoposti al lavoro forzato, le cui condizioni e tipo cambiano da campo a campo. Alla Laogai Research Foundation sono noti molti resoconti di prigioneri costretti a lavorare fino a 16-18 ore al giorno per aggiungere le famigerate “quote”. Se le quote non vengono raggiunte, al prigioniero viene diminuito il cibo. Spesso i prigionieri sono costretti a lavorare in condizioni malsane o pericolose, comprese le miniere di sostanze tossiche. A volte le condizioni di lavoro sono meno pesanti e il trattamento più umano. In ogni caso i prigionieri non vengono mai pagati per il loro lavoro o per qualsiasi profitto derivato dal loro lavoro.

Il Laogai è parte integrante dell’economia cinese


La manodopera gratuita e coatta permette di abbassare i prezzi dei prodotti e conquistare i mercati mondiali. Ma è possibile boicottare questo sistema? Difficile ... quasi impossibile.
Per sfruttare meglio i lavoratori forzati, le autorità studiano continuamente nuovi mezzi per aumentare al produttività dei lavoratori forzati. Il lavoro forzato è visto soltanto come un mezzo ulteriore per aumentare i profitti. I milioni di persone rinchiusi nei Laogai sono il più grande numero di persone sottoposte al lavoro forzato oggi nel mondo. La Laogai Research Foundation e altri gruppi per i diritti umani hanno talvolta individuato alcune merci prodotte nei Laogai sui mercati internazionali. Anche se molti stati (es. Unione Europea e Stati Uniti d’America) vietano l’importazione di beni prodotti nei Laogai, le autorità cinesi camuffano l’origine di queste merci e rendono impossibile riconoscerle. A volte perfino merci non marchiate con la dicitura “Made in China” è possibile che siano state prodotte dai prigionieri forzati dei Laogai. Facciamo un esempio: un marchio statunitense si affida a a un’azienda di import-esport cinese per trovare un’industria cinese dove far produrre i propri prodotti, questa a sua volta appalta una porizione del processo industriale a un campo Laogai, dove i prigionieri devono riempire quote loro assegnate, altrimenti vengono loro ridotte le razioni di cibo. Con un sistema economico intersecato come quello moderno, non c’è modo di evitare questi prodotti finché il governo cinese non accetta di far chiarezza sui Laogai (cosa che ovviamente non è nel suo interesse).

 

Fed e crisi economica

L’insieme dei nuovi strumenti finanziari, certamente non solo il tanto discusso fenomeno subprime  ha portato l’economia americana, condizionando in buona parte anche quella mondiale, a utilizzare la leva finanziaria in modo purtroppo eccessivo e smisurato, soprattutto ultimamente, come se potesse supplire ad altre carenze come la panacea di tutti i mali; un po’ come dire:”non va più questo ma da qualche parte dobbiamo fare utili quindi inventiamoci qualcosa di nuovo” e le banche di tutto il mondo in questo sono maestre, quasi sempre a scapito del cliente.

 Porre un freno, che in questo caso dovrebbe essere necessariamente molto forte, quasi sicuramente porterebbe a illustri e diffusi fallimenti degli intermediari finanziari, aumentando così il rischio di vedere concretizzarsi uno spauracchio mai realmente sopito e dimenticato proprio per gli effetti devastanti che causò in passato: una fase di profonda depressione economica simile a quella avvenuta fino alla metà degli anni “30. Le iniezioni di liquidità da cavallo della Fed e i salvataggi, tanto all’interno del circuito finanziario (vedi per es.la Bear Stearns)  quanto al di fuori dello stesso in senso stretto, pur essendo chiaramente negativi sono concepiti come un male necessario, una cura e soprattutto una speranza di evitare la ben più insidiosa spirale debito/deflazione.

Gli interventi della FED, mai così frequenti negli ultimi decenni come in questo momento, possono essere classificati in due grandi operazioni: le depository institutions ed i primary dealers.

Le depository institutions sono banche commerciali che fanno parte del Federal Reserve System, pertanto soggette alla regolamentazione bancaria USA. Invece, i primary dealers sono 20 investment bank con le quali la Fed effettua operazioni di mercato (acquista e vende titoli di Stato).

  1. Operazioni standard di mercato aperto: lo strumento tradizionale di politica monetaria con cui la Fed acquista  e vende dai primary dealers titoli di Stato USA. Il controvalore dell’operazione viene accreditato dalla Fed sui conti dei primary dealer detenuti presso le depository institutions. Così le riserve del sistema bancario aumentano o diminuiscono e il fed funds rate scende o sale rispettivamente. Tali operazioni vengono condotte una o più volte al giorno in base alle condizioni di liquidità del mercato interbancario. Appartengono a questa tipologia di operazioni anche i repurchase agreement (repo), molto simili a pronti contro termine in cui si scambiano titoli di Stato o obbligazioni emesse (o garantite direttamente) dalle agenzie governative. La loro durata può variare da 1 giorno (overnight) a 14 giorni e il tasso d’interesse è funzione delle condizioni di mercato.
  2.  Operazioni di mercato aperto "single tranche": uno strumento nuovo di politica monetaria, creato negli ultimi mesi, con cui la Fed stipula una serie di repo per un valore complessivo di 100 miliardi di dollari che si svolgeranno a tranches. Nella prima tranche i primary dealers potranno porre come garanzie collaterali solo titoli di Stato USA. Nella seconda tranche potranno usare come garanzia anche obbligazioni emesse dalle agenzie governative e nella terza tranche anche le Mortgage-Backed-Securities (MBS) emesse (o direttamente garantite) dalle agenzie governative. A differenza dei repo tradizionali, la durata dei single tranche, condotti una volta a settimana, può arrivare fino a 28 giorni;
  3. Primary Dealer Credit Facility (PDCF): uno strumento nuovo di politica monetaria, creato il 16 marzo 2008, con cui la Fed eroga prestiti overnight direttamente ai primary dealers a fronte di un ampio ventaglio di garanzie collaterali come ad esempio: titoli di Stato, obbligazioni emesse dalle agenzie governative, MBS emessi o garantiti dalle agenzie governative, obbligazioni investment grade (tra cui obbligazioni municipali e corporate, MBS privati e Asset-Backed Securities, ABS). L’operazione viene effettuata su richiesta della controparte e il tasso applicato è il primary discount window;
  4. Term Securities Lending Facility (TSLF): uno strumento nuovo di politica monetaria, creato il 10 marzo 2008, con cui la Fed presta titoli di Stato ai primary dealers in cambio di un’ampia varietà di titoli. In pratica, è un pronti contro termine ma non titoli contro moneta bensì titoli contro titoli. I titoli che la Fed accetta per questo tipo di operazione sono: titoli di Stato, MBS emessi o garantiti dalle agenzie governative, Residential Mortgage-Backed Securities (RMBS) privati con rating tripla A, Commercial Mortgage-Backed Securities (CMBS) e Collateralized Mortgage Obligations (CMO) emessi dalle agenzie governative. Le operazioni vengono condotte su base settimanale e hanno durata di 28 giorni;

Qui sotto invece vengono elencate le operazioni che la Fed, tramite le sue 12 banche regionali, conduce con le depository institutions:

  1. Discount Window: con questo strumento tradizionale di politica monetaria la Fed eroga prestiti direttamente alle banche che ne fanno richiesta. La durata del prestito è solitamente overnight ma può arrivare fino a 15/20 giorni. Il tasso applicato è il discount rate e in base alla solidità finanziaria della banca può essere primary o secondary. La lista delle garanzie collaterali utilizzabili per questa tipologia di prestito è molto ampia e va dai titoli di Stato ai credit card receivables, ed altri ancora;
  2. Term Discount Window Program: annunciato ad agosto 2007, in pratica consente alle depository institutions finanziariamente più solide di estendere fino a 30 giorni il prestito ottenuto alla discount window. Di recente, il 16 marzo 2008, il termine è stato ulteriormente prolungato fino a 90 giorni;
  3. Term Auction Facility (TAF): con questo nuovo strumento, avviato a fine 2007, la FED concede ulteriori linee di credito alle depository institutions per un periodo massimo di 28 giorni. L’assegnazione e il tasso d’interesse vengono stabiliti in base a un’asta alla quale sono ammesse tutte le depository institutions ritenute in solide condizioni finanziarie. Le garanzie collaterali utilizzabili dalle banche che si aggiudicano la liquidità sono le stesse ammesse per la discount window. Le aste sono annunciate ogni 2 settimane e ne sono già state condotte 8 (le prime 7 per un ammontare totale di 260 miliardi di dollari); la prossima sarà condotta il 21 aprile. A differenza di quanto avviene alla discount window, i nomi di chi si aggiudica la liquidità non vengono resi pubblici. In questo modo le banche a corto di liquidità non vengono stigmatizzate dal mercato, aspetto di particolare rilievo vista la fase caratterizzata da estrema incertezza sulla solidità dei bilanci degli intermediari USA.

Per bilanciare i prestiti erogati la Fed vende i titoli di Stato che compongono il suo attivo. Questo permette di  non immettere in modo permanente liquidità aggiuntiva nel sistema economico (perché i prestiti sono a scadenza) ma semplicemente di cambiare la composizione del suo attivo.

 

Chi non risica non rosica?

Come di consueto saltuariamente diamo uno sguardo fuori dai nostri confini. Oggi parliamo, non a caso, di un'azienda americana che opera nel settore petrolifero e che negli ultimi tempi ha ripreso la via del rialzo dopo il tracollo delle quotazioni in seguito alla sua quotazione, ritornando vicino ai valori di massimo proprio negli ultimi mesi. L'azienda è la Jayhawk Energy, quotata sull'OTC USA e di conseguenza è un titolo ad alto rischio (chi conosce il funzionamento del mercato comprende, per gli altri sarebbe utile conoscerne gli aspetti principali). La corsa del petrolio, causa secondaria in realtà in questo caso, accompagnata da tutta una serie di notizie riguardo l'acquisizione di aree operative nonché di permessi di varia natura atti a incrementare in modo esponenziale le attività dell'azienda hanno avuto in questo periodo una influenza nettamente positiva e le quotazioni, negli ultimi tempi, sono passate da meno di 1 $ a oltre 2,50 $, e attualmente quota tra 2 e 2,25 $. E' chiaro che triplicare la valutazione in quattro mesi scarsi scoraggia qualsiasi tentativo di entrata sul titolo; occorre considerare tuttavia che, proprio per la natura del mercato di quotazione, salite (e discese) da capogiro fanno parte della routine, quindi sarebbe opportuno valutare il tipo di investimento (altamente speculativo) sia alla luce sia di questo fatto (e delle possibilità che ne consegue) sia in relazione alla documentazione che potrete trovare sotto e visionare con calma (è ovviamente in inglese e riguarda le ultime notizie più importanti rilasciate come documenti ufficiali dall'azienda stessa). L'attenzione ai volumi ed a eventuali break out di prezzo così come storni e tenuta di supporti di periodo potrebbero aiutare ad effettuare trades più consapevoli; solo per curiosità e diritto di cronaca occorre precisare che le valutazioni degli analisti non sono pervenute proprio per la scarsa affidabilità del titolo e del mercato di riferimento, più che per l'azienda in sè. Chi invece opera sulle cosiddette penny stocks ritiene molto interessante in ottica futura (medio-lungo termine) l'acquisto del titolo; in alcuni casi si parla di rivalutazioni almeno del 100/150%, qualcuno azzarda che potrebbe arrivare anche a ridosso dei 10 $ (da questi prezzi dunque il 400% circa) mentre qualcuno più ottimista del solito (o forse interessato!) parla di target nel lungo periodo in area 25/30 $. Ai posteri l'ardua sentenza, agli investitori l'arduo (o forse dolce) controllo del portafoglio!

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Il trader: un mestiere difficile 

Provate a dire a chi capisce poco oppure niente di mercati azionari, future, forex ecc. che fate il trader a tempo pieno o part-time e nella maggior parte dei casi vedrete facce sconcertate tipiche di chi pensa di aver capito tutt’altro oppure di non sapere nemmeno di cosa si stia parlando; in qualche caso invece vi sentirete rispondere: “ah bene sono proprio contento per te, adesso vado che sono di fretta, ci sentiamo, ciao”, diciamo da chi rinuncia a iniziare un discorso che pensa non gli darà alcuna soddisfazione e nel quale non saprebbe come muoversi.

I motivi per cui la gente spesso rinuncia a fare trading non è solo per il fatto di avere poco tempo, semplicemente perché il bello di questa attività è che si può esercitare tanto attraverso lo scalping puro dedicandole quindi quasi tutta la giornata, quanto operando a livello giornaliero o settimanale, dedicandole invece solo ritagli di tempo. La tecnologia odierna, inoltre, permette di gestirsi molto bene anche fuori sede o in viaggio quasi ovunque, quindi direi che il tempo è forse il minore tra i deterrenti. E’ assai difficile allora capire come la più grande “fabbrica” di denaro al mondo in realtà sia appannaggio di pochi; in realtà all’interno ci passano in molti, moltissimi, ma la maggior parte tende ad accontentarsi di un “lavoro precario” (termine tanto in voga oggi) e, scaduto il termine (finiti i soldi o nella migliore delle ipotesi salvato il salvabile), si ritirano alla ricerca di qualcosa di diverso e più decifrabile. Questo fa della “borsa” più un porto di mare che una vera fabbrica, dove le uniche facce che si vedono sempre sono i gestori del porto, mentre il resto muta in continuazione. Il problema è proprio legato al fatto che qui c’è poco da rubare il mestiere o imboscarsi in qualche ufficio nascosto o, peggio ancora, farsi raccomandare da qualcuno; non ci sono budget da discutere o vendite da incrementare, nuove idee commerciali o riduzione dei costi, qui occorre darsi da fare e chiudere quante più operazioni in positivo, certamente in netto vantaggio rispetto a quelle chiuse male. Difficile a dirsi ma forse un po’ di più a farsi; per rendere l’idea di quanto dico vi invito a guardare la classifica della Top-trader-cup del 2008, o anche quelle precedenti, se le trovate integrali. Vi renderete immediatamente conto di due cose: la prima è che salvo i primi 4/5 partecipanti il resto del gruppo perde o, al limite, pareggia le proprie posizioni; la seconda invece è che in qualche caso anche chi ha performato molto bene in un anno precedente addirittura chiude in negativo in quello successivo (ammesso che partecipi nuovamente), a dimostrazione del fatto che non solo guadagnare sempre è difficile e bisogna imparare a convivere anche con le perdite, ma soprattutto che in questo mestiere nulla si può improvvisare e la fortuna dura sempre troppo poco rispetto a quanto vorremmo durasse. Anche questa volta, per il 2008, nella categoria future solo 6 partecipanti (su 28 indicati) sono riusciti a guadagnare, ma solamente i primi due in realtà hanno avuto un guadagno interessante, tale da permettere, se la situazione mostrerà costanza nei risultati, di guardare al trading come professione, mentre gli altri quattro si sono barcamenati. Dei rimanenti 22 una buona parte ci ha rimesso il grosso del capitale e molti almeno una parte consistente. Va un po’ meglio nel comparto azioni, dove il 40% circa dei partecipanti è riuscito a non perdere, ma anche in questo caso solo i primi classificati hanno avuto performance interessanti come detto sopra, tali per cui si possano permettere di esercitare il trading come professione. Per i dettagli potete visionare direttamente questa pagina: http://www.toptradercup.com/tt/classifica.asp

Credo che l’unica cosa da fare sia applicarsi moltissimo e avere gli strumenti giusti; più che affidarsi ai libri o ai corsi direi che occorre farsi una conoscenza di base e questo è facile da ottenere avendo la pazienza di girare molto nel web. La maggior parte delle informazioni che si ottengono a corsi e sui libri e quindi a pagamento si può infatti recuperare da articoli e informazioni varie messe insieme, mentre la cosa più importante è utilizzare ogni informazione come spunto iniziale e non come possibile tecnica di trading già confezionata. Insomma: ricerca, studio, sperimentazione ed infine, qualora i passaggi precedenti fossero andati a buon fine, applicazione.

Buon trading a tutti.

 

Il rame

Oggi, ed in particolare anche in futuro, il rame potrebbe essere una valida alternativa alle altre materie prime e come diversificazione interessante degli investimenti. Investimenti nel settore sarebbero quindi da attuare acquistando quote di etf più o meno specifici oppure investendo direttamente in una o più aziende che in questo settore operano. In tutto il mondo la richiesta di rame per innumerevoli lavorazioni e per i più svariati prodotti è elevata ma in continua e costante crescita:

 Brasile, Russia, India e Cina, ma anche tutti gli altri principali paesi sono e saranno in futuro forti richiedenti di rame. Il rame è diffuso nell'impiantistica idrotermosanitaria, nella rubinetteria, nelle attrezzature per la nautica, nell'elettrotecnica e nell'elettronica, in lattoneria e in architettura, nella monetazione, nell'artigianato e nell'oggettistica, nei trasporti, in edilizia e in molti altri settori. Solo per rendersi conto dell'importanza di possedere una società che produca rame, basta citare alcuni degli usi più comuni che sono: Fili e cavi elettrici, avvolgimenti di elettromagneti, motori elettrici e relè elettromeccanici, tubature, maniglie, pomelli e altre finiture di arredamento, sculture (la Statua della Libertà, per esempio, contiene 81,3 tonnellate di rame), nelle macchine a vapore, parti di interruttori e collettori di corrente elettrica, valvole termoioniche, tubi a raggi catodici e i magnetron dei forni a microonde, guide d'onda per apparati radio e radar a microonde, in leghe per il conio di monete, in cucina, per fare padelle e altre pentole, buona parte delle posate da tavola (coltelli, forchette, cucchiai), l'argenteria Sterling, parte di ceramiche, e in forma di sali per colorare il vetro, strumenti musicali, soprattutto ottoni, negli ospedali come superficie batteriostatica, sulle parti esterne sommerse delle navi, in chimica, il verderame (solfato di rame(II)) si usa come fungicida in agricoltura e per depurare l'acqua, l'aggiunta di rame nell'acciaio, fino allo 0,6%, ne aumenta la resistenza alla corrosione atmosferica (da Wikipedia).

Anche per gli analisti di Lehman Brothers è il rame il più prezioso dei metalli, i quali hanno alzato le stime di prezzo del rame da 3 a 3,90 dollari all'oncia per il 2008, da 2,75 a 4,50 dollari per il 2009, e da 2 a 4 dollari all'oncia per il 2010.  "Ci aspettiamo la combinazione di un'offerta più debole del previsto e una domanda crescente per il rame", hanno spiegato gli esperti in una nota in merito. Per queste ragioni, gli analisti di Lehman consigliano di puntare sui titoli legati a questo metallo. Il loro consiglio nel panorama europeo è per Xstrata, seguito da Bhp Billiton, Rio Tinto e Anglo American. "Prevediamo che il settore minerario continuerà a performare molto bene e suggeriamo agli investitori di aumentare la loro esposizione nonostante l'ascesa registrata in questi ultimi mesi", conclude il broker, che precisa: "Non abbiamo mai visto Xstrata ad una valutazione così attraente negli ultimi due anni. Consigliamo di comprarla ora".

 

Microsoft e/o Yahoo! No, Google!

Probabilmente, al momento, chi esce vincitore dal mancato matrimonio fra Microsoft e Yahoo! è Google, che vede tramontare l'idea di un nuovo e probabilmente insuperabile colosso che avrebbe generato l'alleanza fra due rivali in un momento nel quale si vedono finalmente tradurre in soldoni la crescita vertiginosa della controllata. Youtube. A rischiare sono sia Microsoft, che rispetto a marzo, al momento dell'offerta da 42 miliardi di dollari per Yahoo!, a Wall Street ha perso alcune decine di miliardi di capitalizzazione, sia Yahoo!, con molti azionisti non proprio soddisfatti del 'no' a Microsoft.
Questi dunque i principali motivi di quanto detto nell'intervista alla Reuters dell'amministratore delegato e socio fondatore di Yahoo!  Jerry Yang, nella quale non si escludono nuovi e futuri sviluppi nella trattativa: "Stavamo cercando un modo per trovare un terreno comune e poi sabato loro hanno scelto di lasciare - ha sottolineato Yang - loro hanno iniziato e loro hanno deciso di abbandonare". Yang si è detto "più che disposto ad ascoltare" nel caso in cui Microsoft abbia "qualcosa di nuovo da dire". Yang ha detto di avere "sentimenti contrastanti" su quanto accaduto nel fine settimana, dopo che gli investitori hanno mostrato disappunto per il fallimento dei negoziati mandando a picco il titolo, sceso ieri del 15%.In un'altra intervista, al Financial Times, lo stesso Yang è stato ancora più chiaro: vuole portare avanti la trattativa. Dopo tre mesi di negoziati l'ad di Microsoft, Steve Ballmer, aveva alzato l'offerta a 33 dollari ad azione dagli iniziali 31, per un valore totale di Yahoo! di 47,5 miliardi di dollari. Ma Yang non è voluto scendere sotto i 37 dollari suscitando così l'ira degli azionisti di Yahoo!. Due fondi pensione hanno addirittura proposto una class action nei confronti dei vertici della società.

Personalmente direi che anche se ha fatto clamore la perdita di parecchi punti percentuali del titolo Yahoo! a seguito della notizia direi che, almeno per ora, gli azionisti dell'azienda abbiano meno problemi rispetto a quelli di Microsoft: Yahoo rispetto alle quotazioni minimi a un anno è sopra del 38%, Microsoft invece dell' 11% scarso 8valori alla chiusura del 6 maggio 2008); ma si sa gli uomini (donne comprese, e quindi i traders nella fattispecie) hanno sempre poca memoria storica! E intanto Google, tra i due (potenzialmente futuri sposi) litiganti, gode.

 

Peter Lynch

Pochi giorni fa mi è stato chiesto, in seguito ad una mia email di risposta nella quale indicavo alcuni nomi di famosi trader recenti ma non più operativi, notizie in merito a P. Lynch, un nome che ai più forse non ricorda fama e performance finanziarie per il fatto che il suo operato sta nella attività di un fondo americano, immenso oggi e da parecchi anni a  questa parte per controvalore finanziario e certamente molto interessante per le performance generali, il Magellan fund. Lynch iniziò a gestire e dirigere gli investimenti del fondo quando ancora era molto giovane, dopo aver superato alcuni anni di gavetta alla Fidelity Investments; in quel periodo il fondo partecipava come azionista ad una cinquantina di aziende quotate per un controvalore di circa 20 milioni di dollari, quando lo lasciò già parecchi anni fa, era arrivato a partecipare al capitale di più di un migliaio di aziende ed aveva un controvalore di oltre 13 miliardi di dollari. Le performance in quel periodo furono molto interessanti e Lynch si è guadagnato un posto tra i grandi del mondo finanziario americano e mondiale, per intenderci nel gruppo certamente meritevole dei più conosciuti Buffet e Soros. La sua arma vincente era investire in aziende che lui stesso riteneva sane e con grandi prospettive; molto spesso personalmente discuteva della struttura e delle attività delle aziende interessate direttamente con il management e generalmente rivolgeva la sua attenzione a quelle società che non giocavano il proprio futuro su una scommessa vincente ma su quelle che già mostravano solidità e conoscenza del mercato in cui lavoravano (Ford, Philip Morris, Volvo, General Electric che in quegli anni non erano a questi livelli ma già davano la sensazione di solidità e concretezza). Una delle sue massime era: "Investite in un'azienda che qualsiasi idiota potrebbe gestire. Perché, prima o poi, un idiota la guiderà." Non mi dilungo oltre sia perchè ci vorrebbe troppo tempo per farlo sia perchè internet è piena del materiale che lo riguarda, quindi chi fosse interessato ad approfondire non deve far altro che cercare.
 

 

Dopo il petrolio quale scommessa cavalcare?

L'oro nero ha raggiunto livelli impensabili in così breve tempo, raggiungendo picchi di prezzo probabilmente destinati a continuare seguendo il trend di fondo in parte supportato da motivazioni economico-politiche e per buona parte dalla speculazione pura. Guardando al futuro ci si comincia a chiedere se e quando ci sarà un nuovo business secolare da cavalcare così come è successo per il petrolio. Le altre materie prime sono cresciute molto negli ultimi anni e, a parte il gas che è per natura il più evidente antagonista del petrolio e che certamente ha davanti a sè una sorta di autostrada per il futuro, si tratta in ogni caso di storie antiche e che rispettano abbastanza cicli passati nelle loro escursioni di lungo termine ma che non rappresentano certo la novità per il futuro del mondo, piuttosto qualcosa di consolidato da mantenere e salvaguardare oppure da sostituire. La vera nuova onda da cavalcare potrebbe invece essere il business delle acque dolci, per la verità da qualche tempo sotto pressione e già additato come investimento per il futuro. Ma, come si sa, agli esordi ogni business viene esaltato, poi calmierato, quindi parzialmente dimenticato e infine esce prepotentemente dal suo pseudo-isolamento per diventare l'affare del secolo. Si stima che nei prossimi 7/8 anni la popolazione mondiale crescerà di 500000 individui e dunque, se già da oggi si fanno cospicui investimenti nella ricerca su questo settore, in futuro le necessità impellenti di salvaguardare la vita del pianeta e dei suoi abitanti spingeranno governi e grossi investitori a riversare un impressionante gettito di denaro sulle aziende che si occupano di ricerca e trasformazione nel settore stesso, e se questo non è business!. Importanti testate mondiali sembrano ormai tutte o quasi concordi nel definirlo uno dei futuri migliori e promettenti business mondiali,e che si pensa diventerà, per il 21° secolo, ciò che il petrolio è stato per il 20°. E questo, sembra, indipendentemente dalla direzione, al rialzo o al ribasso, che l'economia americana e mondiale prenderà nei prossimi anni!.
A questo proposito mi permetto di fare riferimento a un'azienda americana quotata sull'otc (la
Bioshaft Wtr Technology Inc), mercato molto pericoloso e altamente speculativo, ma che offre ineguagliabili vantaggi quando si entra nella direzione giusta, in quanto spesso i rialzi sono a 2 e qualche volta anche a 3 cifre. Il titolo, di cui allego il grafico con le quotazioni attuali, rappresenta in pieno il potenziale e futuro business di cui sopra e, senza fretta, potrebbe rappresentare una buona occasione per l'investimento a lungo termine, in particolare applicando la strategia classica "buy on dips" sfruttando eventuali ritracciamenti su decisi rialzi di medio  e lungo periodo. Considerate sempre, visto il settore ancora non in pieno sviluppo (a livello di aziende strutturate) ma soprattutto il mercato di quotazione, i rischi a cui si va incontro con investimenti di questo tipo.


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Qual'è la gravità reale della situazione secondo gli addetti ai lavori?

Il credit default swap (CDS), come da identica definizione wikipedia, è uno swap che ha la funzione di trasferire l'esposizione creditizia di prodotti a reddito fisso tra le parti. È il derivato creditizio più usato. È un accordo tra un acquirente ed un venditore per mezzo del quale il compratore paga un premio periodico a fronte di un pagamento da parte del venditore in occasione di un evento relativo ad un credito (come ad esempio il fallimento del debitore) cui il contratto è riferito. Il CDS viene spesso utilizzato con la funzione di polizza assicurativa o copertura per il sottoscrittore di un'obbligazione. Tipicamente la durata di un CDS è di cinque anni, sebbene essendo un derivato scambiato sul mercato over-the-counter è possibile stabilire qualsiasi durata.

Questa premessa per ricollegarci alla dichiarazione recente del grande finanziere George Soros, sul quale è inutile fare digressioni di qualsiasi natura (chi non lo conosce almeno di nome è meglio decida di lasciar perdere la finanza sotto qualsiasi aspetto!), che rilevano una condizione generale veramente pessima e a rischio baratro per l'economia mondiale. Addirittura nettamente peggiorativa rispetto alla già non certo rassicurante prospettiva comunicata dal Fondo Monetario che nei suoi ultimi studi stima una possibilità su quattro di una recessione globale e perdite potenziali per quasi 1.000 miliardi di dollari, cifra ed eventualità davvero catastrofiche. Proprio Soros sostiene che due sono i fattori principali che potrebbero creare le condizioni per il disastro: il primo riguarda gli hedge funds, fondi con una forte propensione speculativa e che tendono ad avvalersi degli strumenti più moderni, sofisticati e spesso rischiosi, e che ora stanno cercando di ridurre drasticamente i loro indebitamenti e di smobilitare il ricorso alla leva finanziaria ('Sono tutti impegnati in questo penoso processo di distruzione di ricchezza" afferma il finanziere); l'altro, per certi versi ancora peggiore sostiene Soros, è quella del mercato delle assicurazioni conto le insolvenze di obbligazioni societarie: i Credit default swaps, appunto, una 'spada di Damocle' che vale 45.000 miliardi di dollari. 'E' un mercato cinque volte più grande di quello dei titoli di stato americani.'

 

Crisi economica: a che punto siamo?

Inevitabile, come sempre, nei momenti migliori così come in quelli peggiori, in qualsiasi situazione e condizione di cui l'intelletto umano possa anche solo pensare di determinare lo sviluppo, che ci siano pessimisti, ottimisti e indifferenti. Và da sé dunque che troveremo articoli che inneggiano ad una imminente ripresa dei livelli economici generali, altri che prevedono la peggiore catastrofe della storia e chi dice che ormai il peggio è passato ma siamo lontani dalla ripresa (un colpo al cerchio ed uno alla botte! E via così!). Direi che forse la cosa migliore è farsi un'idea propria sulla base dei dati attuali e non delle previsioni, o meglio considerare se i fatti negativi hanno avuto già un riscontro reale e dunque potremmo essere nelle condizioni meno gravi del previsto avendo già assorbito il colpo più duro, oppure se fattori esterni ma direttamente influenti (e manovrati) hanno permesso fino ad ora di sostenere la situazione senza tuttavia ricomporre la struttura di fondo ma limitandosi a puntellarla laddove rischia il cedimento; in questo secondo caso nella migliore delle ipotesi ci aspetta un lungo purgatorio di alti e bassi, nella peggiore il tracollo generale. Senza dilungarmi troppo in una materia in cui non sono certamente molto ferrato direi che, almeno a grandi linee, si potrebbe valutare la situazione attuale sulla base di due punti importanti e di attualità:

lo scoppio della bolla del credito e immobiliare degli Stati Uniti. E' facile pensare che,  essendo sono tutti gli aspetti gli USA l'economia simbolo, l'attuale crisi immobiliare che sta caratterizzando il Nordamerica possa riflettersi anche sul mercato europeo in primis, ma potenzialmente anche sul mercato asiatico; mentre nel secondo caso, almeno per il momento, altri fattori economici quali la crescita ancora ben sostenuta in molti paesi asiatici tengono lontano lo spauracchio di una svalutazione generale che tuttavia alla fine si farà comunque viva, e sarà da vedere se solo superficialmente, è abbastanza evidente invece che nel vecchio continente il problema sia già reale anche se non critico. In realtà non tutti i paesi sono stati colpiti e tra quelli interessati la crisi si manifesta in condizioni diverse; nel nostro paese la situazione è quasi in controtendenza perchè in realtà negli ultimi due-tre anni il valore degli immobili, nel complesso, non ha subito svalutazioni, semmai un rallentamento negli incrementi. Tuttavia è utile considerare che l'attuale situazione non solo è insostenibile a livelli assoluti in quanto il costo degli immobili ha raggiunto prezzi esageratamente elevati, ma soprattutto in termini reali non c'è stato il supporto dello sviluppo economico (aumento dei posti di lavoro, degli stipendi e di conseguenza dei consumi) che necessariamente deve accompagnare il vertiginoso aumento dei prezzi che si è verificato dal 2000 ad oggi in Italia. A questa falsa idea di benessere generale che ha comunque portato alla vendita di case nonostante i prezzi hanno contribuito, come sempre, le banche: mutui agevolati, tassi bassi, 100% (e in qualche caso oltre!!) sul valore degli immobili, sconti sulle perizie e chi più ne ha più ne metta. Per questo motivo chi negli ultimi anni ha comprato caso spesso non lo ha fatto perchè era in grado, bensì perchè qualcuno lo ha messo in condizioni per farlo nonostante la condizione finanziaria inadeguata. Primo risultato quello attuale: continue rinegoziazioni per allungare le durate e dunque diluire la rata che per effetto dei tassi oggi è ben più alta di un paio di anni fa; secondo e potenziale risultato? Mah, forse per non arrivare ad espropriare le case (non per magnanimità ma perchè non saprebbero cosa farsene di un prodotto che sul mercato non è richiesto!) decideranno di costituire cooperative o consorzi tra privati cittadini per accedere a mutui collettivi (sarà a carico degli stessi l'onere di redigere un programma con i turni di frequentazione di quali e quante stanze ciascuno!). E per chi pensa che sia uno scherzo provi a pensare che poco più di un anno fa si dichiarava che a Manhattan la crisi immobiliare era agli sgoccioli ed il mercato si era stabilizzato in attesa di una imminente ripresa: l'ultimo dato in ordine cronologico dice che nell'ultimo anno la vendita di case ai privati è scesa, si ma del 34%!.

La frenata del ciclo economico, nonchè la recessione alle porte per diverse economie. Abbastanza facile capire che il rallentamento dell'economia in generale crea scompensi in diversi settori, da quello industriale a quello commerciale. Ciò che però oggi, rispetto al passato, rende se possibile peggiore l'attuale situazione è che oggi la gente è sempre più indebitata per sostenere i ritmi della normale sopravvivenza nella società, motivo per cui l'eventuale peggioramento del ciclo economico avrà risvolti molto negativi anche sul settore finanziario, il quale potrebbe andare incontro ad una drastica riduzione nell'erogazione dei finanziamenti (sui mutui già visibile), del credito al consumo ed anche nei confronti della grande impresa che necessariamente per far fronte ai debiti deve aumentare i ricavi, situazione difficile in caso di crisi economica; in aggiunta si abbasserà notevolmente anche la capacità di risparmio generale, quindi potenziali problemi anche sul fronte della raccolta.

In finale, come già detto prima, questo non è un argomento nel quale mi trovo a mio agio, quindi sono assolutamente ad eventuali critiche e/o suggerimenti e chiarimenti.

 

Abraham trend indicator

Prendo spunto da una vostra richiesta fattami pochi giorni fa riguardo un indicatore di trend riportato, da quanto riferitomi, in un trafiletto di un libro di trading sull'argomento "trend di mercato". L'indicatore in oggetto è quello specificato nel titolo di questo articolo e ha l'obbiettivo di determinare il cambiamento e la continuazione di un trend di una certa consistenza, in pratica uno degli strumenti più ricercati da tutti i trader, da quelli di breve e soprattutto da quelli di medio e lungo periodo. La formula per il calcolo dei valori dell'indicatore è molto semplice e può dunque essere costruita sulle principali piattaforme di trading metastock, tradestation, visualtrader ecc.) senza troppa fatica e conoscendo anche solo superficialmente il linguaggio relativo (per es. l'easy language per tradestation). Il riferimento principale è il true range di periodo e quindi:

  • differenza tra il massimo di oggi e il minimo di oggi

  • differenza tra il massimo di oggi e la chiusura di ieri

  • differenza tra il minimo di oggi e la chiusura di ieri

viene dunque calcolata una media sul valore per 21 periodi e moltiplicata per il fattore 3. Considerando un mercato a compressione daily, nel caso sia salito  l'indicatore è calcolato per ciascun giorno sottraendo dalla chiusura del giorno precedente all’ultima barra il triplo della media del true range a 21 periodi (utilizzando una media pesata). Quando l’ultima chiusura diviene inferiore a tale differenza il valore dell’indicatore verrà calcolato come somma della chiusura e del triplo della media del true range.

Queste poche righe dunque solo per dare una spiegazione generale dello strumento; facendo parte degli indicatori e oscillatori provvedo immediatamente a riportarne gli esempi grafici nella apposita sezione "download" del sito.

 

Il mondo affondato dal dollaro

Non è farina del mio sacco e anzi metto il nome dell'illustre giornalista molto ben documentato e chiarissimo nel sunto e nell'esposizione. Riporto questo documento particolareggiato e a titolo informativo solo per far capire a tutti noi che capitalisti, governi e in genere chi ci guarda dall'alto verso il basso si inventa scuse  e storie ogni volta che lo ritiene necessario per farci credere che il mondo va bene oppure male e quindi dovremmo accodarci e gioire o subire a seconda dei casi solo perchè sono loro a dircelo. Ma se il petrolio negli anni "80 in termini reali già valeva oltre 100 $, e noi stavamo meglio (per chi c'era è possibile ricordare) di oggi  anche, allora perchè dare un parte di colpa di ciò che succede a questo e proporre misure che pesano sempre sulle nostre spalle? Non accettiamo più compromessi o soluzioni forzate, rifiutiamoci e reagiamo a muso duro, ma solo tutti insieme possiamo fare qualcosa di veramente significativo. Perchè, direte voi? Perchè se il problema è veramente il petrolio, per esempio, allora basta aspettare: dai 103/104 $ non moltissimo tempo fa è tornato a 20/25 $ al barile, così come sempre ciò che sale prima o poi scende e poi risale, e cos' via nell'infinito ciclo della storia, almeno finchè non verrà sostituito da un'altra fonte. A proposito: perchè non si usano altre fonti più pulite, immensamente disponibili e più sicure? Soldi e interessi ovviamente: interessi "loro" e i soldi nostri (che finiscono nelle "loro" mani). Se questo è il ballo almeno impariamo a ballare decentemente.


Articolo di
Marcello De Cecco su “La Repubblica” del 10 marzo

Il prezzo del petrolio, in termini reali, era arrivato a 103,76 dollari nell’aprile del 1980. In questi giorni, per la prima volta da allora, è salito oltre i 104 dollari. Per capire con quale ascesa di prezzo il mondo ha dovuto confrontarsi negli ultimi anni, ricordiamo solo che dopo l’11 settembre 2001 il prezzo ribassò fino a 20 dollari. Poi di nuovo l’ascesa continua e senza soste, che è stata altrettanto drammatica di quella che si registrò dall’autunno del 1973 alla primavera del 1980. Si dice comunemente che ormai il prezzo del petrolio ha perso parecchia della sua influenza sull’economia mondiale, perchè il mondo ha imparato a consumare meno petrolio. Le automobili consumano di meno, così come gli impianti di riscaldamento, e qualche sostituto è stato trovato e messo in uso. Ma illudersi è inutile: un’ascesa così drammatica del prezzo in meno di sette anni avrà ripercussioni altrettanto profonde di quelle che ebbe quella che si verificò negli anni settanta. Basta guardare ai comportamento dei mercati delle materie prime e delle valute per rendersene conto. Questi mercati sono ormai dominati dalla speculazione. Le migliaia di hedge fund e anche di normali fondi di investimento che esistono e devono offrire risultati positivi ai loro investitori si sono decisamente e massicciamente spostate sulle merci e sulle valute, dopo aver ricevuto punizioni anche pesanti dai mercati immobiliari e da quelli dei derivati finanziari e assicurativi. Si può dire, ad esempio, senza molte possibilità di essere smentiti, che i fondi pensione, anche i più conservatori, dovendo far fronte a necessità sempre crescenti di uscite finanziarie, per l’invecchiamento di coloro che ne fanno parte, sono costretti a cercare incrementi di valore veloci e corposi, senza badare troppo al rischio che gli investimenti remunerativi presentano. Il guaio è che la massa degli investitori è ora concentrata su mercati, quali quelli delle merci primarie e delle valute, non abituati ad essere sommersi da risorse finanziarie così grandi. Per questo i prezzi schizzano in alto, in un contesto nel quale i ribassisti, anche quelli professionisti, non ce la fanno a contrastare il passo dei rialzisti e forse nemmeno se la sentono. Per le merci, compreso il petrolio, è facile capire perchè la speculazione sia solo al rialzo. Si è accreditata infatti l’opinione che i consumi di prodotti primari debbano salire fino a quando i paesi emergenti continuano a crescere ai tassi a cui sono cresciuti negli ultimi anni. In particolare, la Cina ha acquistato, per la domanda di merci primarie, il ruolo che per l’offerta di petrolio ha avuto per decenni l’Arabia Saudita: i suoi movimenti sul mercato sono in grado, per le loro dimensioni, di far cambiare i prezzi. La stessa Cina, d’altro canto, esercita un simile influsso sui prezzi di una quantità di prodotti manufatti, dei quali è diventata il primo produttore mondiale. Anche in questo settore si prevedono cambiamenti radicali, ora che la Cina riesce assai peggio di prima a controllare la crescita della propria inflazione interna, proprio per le conseguenze dell’inflazione dei prezzi di petrolio e materie prime, specie alimentari. Per quanto riguarda le valute, invece, dato che ciascuna è quotata in termini di confronto con tutte le altre, la speculazione in una sola direzione dovrebbe essere meno agevole e meno scontata. Ma i mercati delle valute sono dominati dalle quotazioni di quelle principali, in particolare da quel che accade al Dollaro e all’Euro, e subito dopo da come si comportano lo Yuan cinese e lo Yen giapponese. E’ opinione comune che il cambio di queste principali valute sia al momento ampiamente prevedibile per i prossimi mesi. Euro e Yen, infatti, sono molto meno del Dollaro e dello Yuan dominati da quel che accade nei loro sistemi finanziari, che si trovano in condizioni meno precarie di quelle che affliggono i sistemi finanziari americano e cinese, perchè la speculazione immobiliare negli Stati Uniti e borsistica in Cina è stata assai più coinvolgente e devastante per gli intermediari e per i privati di quanto sia stata in Europa e in Giappone. Le istituzioni finanziarie europee e giapponesi sono in condizioni meno precarie di quelle delle loro consorelle americane e cinesi. Di conseguenza, la Banca centrale europea e la Banca del Giappone possono permettersi comportamenti non completamente dominati dalla necessità di impedire il crollo dei rispettivi sistemi finanziari, come invece accade alla Fed e alla Banca Popolare della Cina. Poichè il Dollaro fluttua liberamente sui mercati, il comportamento fortemente espansivo della Fed si ripercuote immediatamente sul cambio, in particolare sul cambio dell’unica altra moneta importante che fluttua liberamente, che è come si sa l’Euro. La banca centrale europea, non si sa quanto saggiamente, ritiene che il sistema finanziario europeo non sia talmente fragile da richiedere la stessa cura che la Fed sta impartendo a quello americano, a base di continui e corposi ribassi dei tassi di interesse. Si preoccupa, non si sa quanto saggiamente, assai di più della inflazione importata tramite petrolio e materie prime che affligge le economie europee e delle conseguenze che essa può avere sulla dinamica salariale dei paesi che adottano l’Euro. Per questo il cambio Euro/Dollaro continua a salire e la prevedibilità di tale tendenza induce l’ulteriore rivalutazione dell’Euro, invitando la speculazione al rialzo, che pensa di non aver nulla da temere per i prossimi mesi. Yuan e Yen si comportano diversamente. Le autorità cinesi e giapponesi credono assai poco ai cambi fluttuanti e credono di dover contrastare decisamente tendenze troppo forti alla rivalutazione delle loro monete. Al contrario, hanno stimolato ormai per parecchio tempo una tendenza alla loro svalutazione, perchè né le autorità cinesi né quelle giapponesi riescono a regolare la domanda interna per ottenere la piena occupazione e la crescita e, per ottenere quel risultato, stimolano invece le esportazioni. Un discorso a parte merita il comportamento delle autorità dei paesi produttori di petrolio. E’ indubbio che esse si trovano a fronteggiare delle spinte inflazionistiche molto forti all’interno dei propri paesi, dopo anni di inflazione sotto controllo. Il motivo, in particolare nel caso dei paesi del Medio Oriente, è dato dall’impatto che hanno sui prezzi interni quelli dei prodotti alimentari. Ma la gran parte della spinta all’inflazione deriva dalla crescita della domanda interna indotta dall’aumento del prezzo del petrolio. I paesi produttori di petrolio tradizionalmente quotano tale prodotto in dollari e le loro monete sono per questo agganciate al Dollaro. Ora si trovano a registrare giganteschi surplus nei propri conti con l’estero, senza poter contare sulla flessibilità delle proprie monete per assorbirli almeno in parte. Accade così che l’ex governatore Greenspan inciti i paesi del golfo ad abbandonare tale aggancio alla moneta americana, un consiglio che vista la sua provenienza suona veramente un po’ surreale. A parte i consigli di Greenspan, è certo che già dai prossimi mesi lo strappo nel prezzo del petrolio metterà a disposizione dei paesi produttori una massa tale di denaro che il suo impiego farà ulteriormente riscaldare i mercati speculativi rimasti al rialzo, quelli delle merci, e provocherà nuovi acquisti di azioni di banche e attività industriali e commerciali da parte dei fondi sovrani di tali paesi. Basterà questa spinta, che investirà specialmente gli Stati Uniti, a far risollevare il sistema finanziario di quel paese dalla crisi nella quale è precipitato da solo? Basterà a far risalire il dollaro?
A partire dalla fine del sistema dei cambi fissi, nell’estate del 1971, il cambio del dollaro è passato attraverso cinque fasi, di durata e intensità piuttosto varia. I ribassi si sono alternati ai rialzi, ma finora ciascun massimo e ciascun minimo è stato inferiore a quello precedente. Nel 2002 il dollaro, ad esempio, era tornato al livello di prima della fine del sistema di Bretton Woods. Poi però è iniziato il nuovo declino, che dura tuttora, e che ha finora raggiunto il ribasso massimo proprio in questi giorni. E’ possibile dire che tutte le inversioni di fase registrate in più di un trentennio sono state indotte da cambiamenti di rotta delle autorità monetarie americane. In particolare, come sta accadendo a partire dall’autunno scorso, le fasi di declino sono state indotte dalla impellente necessità che le autorità americane hanno avuto di reflazionare l’economia e in particolare di stabilizzare il proprio mercato finanziario, specialmente anche se non esclusivamente nella l’ imminenza delle elezioni sia congressuali che presidenziali. A partire dalla fine dell’era di Paul Volcker, si è notata una crescente incapacità da parte delle Fed di portare avanti una politica restrittiva per un periodo meno che breve. Un tentativo di "fare la faccia feroce" di Greenspan appena arrivato al posto di comando condusse molto rapidamente alla grandiosa crisi dell’Ottobre 1987 e alla precipitosa inversione di rotta da parte del timoniere. Qualche altro tentativo Greenspan lo fece, nella stessa direzione, ma ogni volta il mercato finanziario americano reagì disastrosamente, portandosi spesso appresso anche il sistema finanziario mondiale, con crisi come quella asiatica e russa del 199798. Questo serve probabilmente a spiegare perchè il dollaro termini ciascuna fase discendente a un livello più basso di quello toccato in quella precedente. Viste le predilezioni e le capacità delle autorità monetarie dei maggiori paesi e aree monetarie, sembra difficile prevedere quanto ancora possa durare la fase di ribasso del dollaro e il tasso di cambio minimo al quale essa terminerà. Innanzitutto è necessario sapere se la crisi finanziaria nella quale si dibattono attualmente gli Stati Uniti è una crisi nel sistema o del sistema. Stabilirlo significa anche capire se gli Stati Uniti potranno venirne fuori con una politica monetaria espansiva a oltranza o se sarà invece indispensabile una riforma profonda delle istituzioni finanziarie e delle regole che le tengono insieme. E anche se basterà una riforma del solo sistema finanziario americano o se dovrà aprirsi (e sperabilmente concludersi in maniera positiva) una fase costituente dell’ordine finanziario internazionale. Vi sono infatti rapporti di cambio mantenuti a livelli del tutto artificiali, in particolare quelli dello Yuan e dello Yen con altre importanti valute. Alcuni osservatori, come Dani Rodrik, credono che sia indispensabile porre la globalizzazione su nuove basi, perchè le sue fondamenta attuali hanno permesso allo stesso tempo che prevalgano liberismo sfrenato e mercantilismo a oltranza da parte dei paesi più forti. E di questo sono prova sia gli squilibri sui mercati dei cambi che le soluzioni come la creazione di onnipossenti fondi di investimento sovrani, controllati dai paesi creditori. L’agire di questi fondi, che è squisitamente politico anche se in apparenza resta entro i confini della massimizzazione dei rendimenti finanziari e delle convenienze economiche, contribuisce potentemente alla trasformazione della globalizzazione da un liberismo di facciata al mercantilismo aperto e generalizzato. Quest’ultimo è un regime che assai raramente ha coinciso a lungo con la pace mondiale.

 

Il Ciclo di Taylor

La teoria di Taylor ha come base l’assunto che il mercato da sempre è caratterizzato da un ritmo continuo e ripetitivo, formato in particolare da tre sedute consecutive: il “buy day” o giorno di acquisto, il “sell day” o giorno di chiusura dell’operazione ed infine il “sell short day” o giorno di vendita allo scoperto. La sua teoria permette anche che in alcuni casi, però, pur restando immutata la sequenza giornaliera operativa, la figura si componga di 4 oppure anche 5 giorni, anche se afferma che solo raramente interviene il giorno 4 e quasi mai il giorno 5. Senza approfondire ulteriormente ed in modo specifico, le regole generali applicabili al mercato sulla base di questa teoria sono queste:

1) solo nei giorni Buy Day per l’entrata in posizione long sul mercato e solo nei giorni Sell Short Day per l’entrata in posizione short;

2) nel giorno Buy Day si opera se i prezzi scendono sotto il minimo del giorno precedente e si entra in posizione long quindi sulla rottura al rialzo dello stesso minimo (chiusura su time frame inferiore per sicurezza);

3) Nel giorno Short Day si opera solo se i prezzi salgono sopra il massimo del giorno precedente e si entra in posizione short sulla rottura al ribasso dello stesso massimo (chiusura su time frame inferiore per sicurezza);

4) seguono poi le regole per lo stop loss ed il profit da applicare una volta entrati in posizione.

In internet e non solo si vedono pubblicizzati corsi vari e strategie operative particolari che, basandosi su questo metodo, promettono percentuali di successo strabilianti; liberi di crederci ma le percentuali sono sempre più o meno quello di un buon metodo comunque parzialmente obsoleto e che certamente nel medio e lungo periodo fa guadagnare soldi, ma sempre con alti e bassi, periodi buoni e altri invece negativi e che richiede un buon margine operativo, disciplina ferrea per superare i periodi critici e molta sicurezza nel suo utilizzo.

Senza bisogno che spendiate soldi per partecipare a tali corsi (opinione assolutamente personale) Vi consiglio di trovare qualche buon libro oltre oceano per due motivi: in Italia li trovate ma non specifici, solitamente il metodo viene inserito in una serie di tecniche di trading e quasi sempre l’argomento non è dettagliato come dovrebbe; poi li fanno pagare 2 o tre volte (o anche di più) quello che li fanno pagare negli USA (se cercate su Amazon o similari li trovate usati e costano qualche pacchetto di sigarette o poco più).

Infine Vi comunico che da oggi potrete trovare una descrizione del metodo dei 3 giorni nella sezione download del sito, in inglese ma spiegata bene.

 

"il maggior numero di gente che investe in Borsa non sa che cosa fa" W.D. Gann

Circa un paio d’anni fa un gruppo di psicologi americani, su commissione, ha effettuato uno studio su 45 persone divise in due gruppi: 15 erano “psicopatici funzionali” e le altre 30 erano persone con coefficiente di intelligenza nella media. L’esperimento consisteva nella partecipazione di questi individui ad un gioco finanziario simile all’investimento in borsa; i risultati sono stati a dir poco sorprendenti, dal momento che il primo gruppo composto dai 15 individui “psicopatici” ha avuto risultati nettamente superiori aL secondo gruppo. Il motivo? Una spiegazione fu questa: la vittoria schiacciante degli psicopatici – persone affette da turbe dell’emotività causate dalla lesione di un’area del cervello – si spiega con la loro maggiore propensione al rischio. Di fronte a un azzardo che comportava la possibilità di perdere poco ma guadagnare molto, spesso la ragione suggeriva ai normali di trattenersi. Il primo gruppo di “emotivamente turbati” si abbandonavano invece liberamente alla casualità spinto dal miglior rapporto rischio/rendimento. Successivi studi sui risultati  e sul comportamento generale delle persone hanno parzialmente dimostrato  e certamente ipotizzato che “ In molti casi un buon investitore di borsa presenta alcuni caratteri dello “psicopatico funzionale”. Il comportamento prudente di chi teme di perdere anche solo una piccola parte del proprio capitale è ben noto agli psicologi, che l’hanno battezzato “avversione miope alla perdita”. Ne sono immuni, sembra, le persone con una lesione cerebrale capace di far prevalere la parte emotiva su quella razionale. Questo non significa ovviamente che occorre avere dei problemi psichici per avere successo negli investimenti ma semplicemente che è opportuno, pur mantenendo il controllo della ragione, valutare nel giusto modo le opportunità che può offrire un’operatività a rischio controllato: se per esempio l’operazione in oggetto, a fronte di una perdita massima calcolata in 0,5% del capitale investito, dà l’opportunità di trarne un profitto del 5%  allora la paura della perdita potenziale dovrebbe essere accantonata, permettendo alla metodologia usata di diventare simile ad un procedimento meccanico in cui razionalità ed impulsività (che normalmente non legano bene) convivano nello stesso elemento (l’operatività appunto).

 

Guadagnare nei prossimi due anni?

Negli USA, e non solo a dire il vero, si comincia a pensare, visto lo storno del mercato degli ultimi mesi, a quale sarà la prossima storia da cavalcare per battere il mercato, sia nel bene che nel male, per il 2008 e oltre. Da diverse direzioni, ma fortunatamente non dalla maggior parte degli analisti che, come sappiamo, in base a recenti studi, poche volte vedono le loro previsioni realizzarsi, giunge un nome su tutti: Apple. L'azienda da anni mostra margini di miglioramento evidenti che al momento compensano ampiamente i problemi che da sempre sono legati alla eccessiva centralizzazione dei poteri nelle mani del suo patron, il quale ha sempre mostrato fatica a delegare ed a fidarsi di demandare ad altri la gestione dei vari settori in cui Apple è operativa. A questo si può aggiungere il notevole successo che l'azienda ha ottenuto e continua ad ottenere con iPod (previsioni ottimistiche nonostante i già oltre 20 mln di pezzi venduti) e con le ultime novità mandate sul mercato dal 2004/2005 ad oggi, situazione che permette e permetterà in futuro di recuperare quote di mercato al momento precluse (sui pc) a causa dei prezzi elevati rispetto alla concorrenza. Non ultimo il fatto che la recente apertura di negozi proprietari, il cui numero è destinato ad aumentare notevolmente in futuro, consente di migliorare notevolmente i margini sulle entrate e un incremento sulle royalties; si calcola che già a breve potrebbe arrivare ad un aumento del 20/25% del margine operativo lordo, percentuale destinata ad aumentare ancora nel prossimo futuro. A fronte di questo c'è chi scommette, cautelativamente, su un aumento delle quotazioni almeno del 50-60%, qualcuno addirittura parla di raddoppio possibile senza troppi problemi per l'estate del 2009.

Grafico

 

Una possibilità oltre oceano.

La crisi dovuta in buona parte ai rischi scoperti connessi ai mutui subprime tanto di moda negli USA ha coinvolto pesantemente i titoli interessati alla faccenda; quello che ora serve capire è se tra questi titoli ce ne sia qualcuno che, nonostante i ribassi degli ultimi tempi e i problemi potenziali che in futuro il sistema potrebbe dare, possa oggi essere considerato una buona o almeno discreta occasione di acquisto nel lungo periodo. A tale proposito, esulando per una volta dall'aspetto tecnico dei soliti studi (che caratterizza totalmente questo sito e che per nessun motivo viene soppiantato dall'analisi fondamentale), diamo un'occhiata veloce al titolo Capital Source quotato al Nyse. Gli analisti, in particolare negli USA, ritengono che la discesa che ha portato i prezzi attualmente in area 17 $ sia parzialmente ingiustificata in quanto nonostante l'azienda sia attiva nel settore dei prestiti e quindi sia certamente interessata dai rischi attuali e futuri del settore, in realtà la maggior parte dei mutui erogati sono caratterizzati da un maggiore grado di garanzia rispetto alla media e molti di essi sono garantiti direttamente dallo stato. Oltre a ciò una buona fetta di essi è di tipo commerciale mentre inferiori sono quelli residenziali. Se a questo si aggiungono il fatto che ha un capitale sociale di tutto rispetto (Market Cap: $3.7 billion) ed un dividendo pari al 13%, si capisce perchè a lungo termine gli analisti siano concordi per un target price che prevede una rivalutazione tra il 70% ed il 100% rispetto alle attuali quotazioni. Personalmente ritengo l'investimento catalogabile come "alto rischio" e quindi, se non si trova niente di meglio su cui investire, sarebbe meglio limitare ad una quota poco significativa del proprio portafoglio. Di seguito il grafico del titolo.

Grafico

 

Viva l'Italia

Mentre nel 2007 l’incremento di valore commerciale degli immobili nell’area euro si è in alcuni casi decisamente moderato ed in altri ha mostrato una situazione di stallo, in Italia la situazione non ha praticamente avuto eco ed il costo delle abitazioni è rimasto sostanzialmente in linea con quello del 2006, con riferimento allo studio della BCE relativo alla prima parte del 2007. Questo nonostante il mercato immobiliare arrivi da un incremento a dir poco folle partito all’inizio degli anni ’90 e non ancora terminato quindi, situazione inspiegabile se non con la pura speculazione, in particolare per il fatto che stipendi ed inflazione non hanno certamente, nemmeno lontanamente, tenuto il passo. E a maggior ragione questa situazione si evidenzia in Italia con particolare riferimento a questo ultimo anno, proprio perché mentre negli altri paesi (Belgio, Irlanda, Spagna e Francia soprattutto) l’incremento è stato oggetto di una cospicua moderazione, in Italia ancora questa situazione non si sente se non marginalmente e da parte esclusivamente del consumatore. Escludendo zone signorili e centro storico delle nostre città, la cui valutazione assume connotati extraterrestri, un normalissimo appartamento di periferia di 80/90 mq. viene messo in vendita tranquillamente a 230/250.000 euro (se siamo fortunati); nella stessa zona, anni 1996/1997, una villa di 160 mq. con giardinetto per la verità nemmeno così piccolo veniva venduta a prezzi molto simili; prendendo ora lo stipendio di quegli anni di un impiegato bancario senza particolari qualifiche e con pochi anni di anzianità e paragonandolo con quello odierno ci rendiamo conto che stiamo parlando, al cambio in euro, di una cifra che prima si aggirava sui 1100 euro mensili e che oggi è, a parità di condizioni, di circa 1400/1500 euro, con un incremento in 12 anni circa del 30%, e stiamo parlando di una categoria notoriamente avvantaggiata (nello stipendi base quasi essenzialmente) e che abbastanza di frequente ottiene aggiornamenti del contratto collettivo di lavoro. La mia domanda quindi è questa: un operaio o impiegato un po’ meno fortunato e che, essendo giovane (se ha la fortuna di non essere precario!), ha uno stipendio di 1100/1200 euro circa, come può permettersi di comprare casa e pensare di trovare una cifra pari a 200/250 volte il suo stipendio? In buona sostanza ne risulta che quasi 20 anni di stipendi, qualora potesse permettersi di vivere d’aria e non avendo vizio alcuno, sarebbero destinati all’acquisto della casa. E soprattutto, mentre anni fa era possibile stringere un po’ la cinghia per qualche anno, mettere da parte qualche soldino e quindi investirlo come anticipo per poi fare un mutuo adeguato e non troppo opprimente, oggi la cinghia non si può stringere perché ci hanno portato via anche quella (sono fortunati quelli che hanno ancora i pantaloni!). Bene, il nostro è un paese di allocchi e di evasori fiscali: i primi non si rendono conto che l’unica cosa da fare sarebbe non comprare più un prodotto per costringere l’offerta a moderare i prezzi (e vale non solo per le case ma anche per le auto, la frutta e la verdura, la carne, ecc., basterebbe decidere per es. per un mese di non comprare le zucchine, verdure ce ne sono tante altre, e vedere se chi produce, lavora e poi vende le zucchine decide di adeguarsi oppure preferisce chiudere i battenti!), i secondi invece se ne fregano, primo perché loro con l’euro problemi non ne hanno avuto visto che chi vende alla fine aumenta i prezzi e incassa di più, secondo perché i soldi che si tengono in tasca gli permettono di avere a disposizione un discreto gruzzolo con cui vivere meglio. I nostri politici dicono che sognano un paese in cui tutti hanno una casa: evidentemente sognano spesso perché dormono tanto, ed i risultati si vedono visto che i prezzi di quasi ogni prodotto sono raddoppiati, triplicati e forse anche quintuplicati in alcuni casi negli ultimi anni!

 

La sfida dei traders

Ricomincia l'annuale campionato di trading che mette di fronte un gran numero di traders che hanno l'unico scopo di aggiudicarsi il primo posto nella competizione per aggiudicarsi esclusivamente la palma d'oro di migliore performer sui mercati dei futures e delle azioni; dico "esclusivamente" perchè non viene assegnato alcun premio al vincitore o ai primi classificati e questo da un lato fa sì che si verifichi uno scontro leale tra persone che credono nell'applicazione di un proprio metodo di lavoro, dall'altro che si evitino i soliti e viscidi furbastri che poi, per aggiudicarsi il premio finale, ricorrono a trucchi varie magari tentano pure di fare causa attaccandosi a qualche stupido cavillo. Qui invece chi vince è certamente il migliore e la differenza tra il primo e gli altri la dice lunga sul personaggio in questione, cioè se nella media oppure un fenomeno. Per avere più informazioni potete andare al sito http://www.toptradercup.com/ ; nel corso del periodo di operatività, se e quando possibile, provvederò ad inserire i risultati del campionato, almeno per la testa della classifica.

 

Fondi comuni in crisi. Ma solo da oggi?

Anche nel mese di gennaio profondo rosso per la raccolta dei fondi comuni in Italia, situazione che continua il trend già ben identificato nel 2007 con una raccolta record e di segno negativo per quasi 20 miliardi di euro. In particolare i fondi italiani hanno segnato un decremento di quasi 9 miliardi di euro e quelli esteri 2,7 miliardi. Negativa per gli hedge f. e in particolare per i tradizionali fondi aperti, mentre si mostrano in riprsa i fondi di liquidità ma solo marginalmente se raffrontata con i deflussi delle altre categorie (dati Assogestioni):

- azionari -9,7 mld; - obbligazionari -6 mld; - flessibili - 2,5 mld; - bilanciati -1,8 mld; - hedge f. -7 mln; - liquidità +886 mln.

Quale potrebbe essere il problema legato a tale disastro? Sicuramente i problemi sono più di uno e non necessariamente correlati tra loro. Certamente la paura di un nuovo crollo dei mercati azionari favorisce questo deflusso di capitali perchè gli investitori non vogliono vedere sfumare i propri risparmi o i precedenti guadagni in pochi mesi; sicuramente gli stessi poi rientreranno dopo che gli indici saranno nuovamente saliti ai massimi o oltre i massimi, lasciando per strada il meglio del rendimento dei fondi stessi. Un altro problema è sicuramente legato al metodo di vendita dei fondi comuni nelle banche italiane: visto che tra i fondi gli azionari sono quelli che rendono di più allora meglio incoraggiare tutti all'acquisto, indipendentemente dalle reali necessità dell'investitore. Certo è che se da una parte le istituzioni che vendono le sottoscrizioni agissero più onestamente nei confronti della loro clientela, individuando l'esatta e appropriata collocazione dell'investimento in fondi e loro diversificazione per la tipologia di portafoglio che devono gestire, e dall'altra gli investitori si decidessero ad individuare nel fondo comune una vera forma di investimento e non un prodotto "estraneo" alla loro vita finanziaria e sottoscritto solo perchè il loro consulente bancario glielo propone, forse tutti ci guadagnerebbero di più, sistema generale compreso. E questo perchè, cari signori, a parte le frottole che ci vogliono far credere a caratteri cubitali sui giornali di questo periodo confidando nella mancanza di memoria storica e di competenze nel settore, il decremento delle sottoscrizioni in fondi è cosa reale dal 2001; e se questo nel 2001/2002 era spiegabile con la svalutazione delle borse mondiali, ciò non ha senso dal 2004 in avanti. A maggior ragione dunque ritengo che la somma tra l'incompetenza del venditore e la mancanza di conoscenza del compratore decidono oggi le sorti del prodotto "fondo comune" e considerando che questo prodotto è sicuramente recente, nel giusto contesto della durata ideale di investimento, non si può certo pensare che sia obsoleto a causa della sua età! Ma se per il venditore il problema si risolve con altri prodotti (polizze varie e obbligazioni di propria emissione) che addirittura rendono anche di più e spesso si adattano meno degli stessi fondi alla situazione del cliente, per il cliente la situazione si trasforma nel consueto passaggio "dalla padella nella brace". Per questo motivo, visto che ormai tra i 15 ed i 60 anni circa la maggior parte della gente è informatissima su telefonini, tv via satellite, navigatori satellitari, pc, dvd e chi più ne ha più ne metta, non sarebbe opportuno sapere un p0' più precisamente che fine fanno i nostri risparmi una volta che sono usciti dalle nostre tasche ed entrati in banca? Per questo motivo comunque penso che chi è causa del suo mal pianga sé stesso, a meno che uno non abbia in alcun modo la possibilità di leggere uno stupidissimo prospetto informativo o qualche spiegazione su giornali, internet e altre fonti ormai raggiungibili da chiunque sui più diffusi strumenti finanziari sul mercato.

 

Le crisi dei mercati azionari

E' arrivata una mail che mi chiede se ci siano similitudini tra le varie crisi dei mercati come per esempio quella del '29, dell'87 e '92, quella del 2000 e quella dei giorni nostri. Solo qualche riga per dire come la penso.

Sicuramente ci sono situazioni che si ripetono, quindi sia nelle fasi di forti boom di borsa che nelle situazioni critiche, ma secondo me sono molto meno prevedibili di quanto vogliano farci credere i "grandi" guru del trading, i quali imbastiscono delle previsioni sui futuri crolli dei mercati in ogni momento fino a quando si verifica veramente e poi scrivono libri e fanno corsi riportando le loro precise previsioni tempo prima che l'evento si verificasse. Praticamente io comincio a dire oggi che la borsa è destinata a perdere il 50% dai massimi e dunque dimezzare il suo valore, lo ripeto costantemente negli anni e, in base al grado di fortuna di cui godo, l'evento si verificherà prima o poi. Appena succede scrivo di tutto con tanto di prove. Tanto per essere chiari (e non dico il nome anche se è molto conosciuto come il maggior conoscitore delle onde di Elliot) un noto personaggio americano pronosticava da almeno un decennio un imminente crollo dei mercati e quando questo si è verificato nel 2000 ha scritto il suo terzo o quarto libro sull'argomento su come si usavano le onde per predire il futuro; inutile dire che è andato a ruba anche perchè lui ha decisamente ben pubblicizzato la sua "performance" di preveggente. Certo se avessi venduto al suo primo avvertimento sarei stato indebitato per i prossimi 100 anni anche sui minimi del 2002/2003!.

A mio parere la "scusa" per far scendere i mercati può essere simile: per esempio la bolla sulle nuove aziende fu indicata come causa principale nel '29 (in particolare le aziende automobilistiche) e nel 2000 (la speculazione sulle aziende internet in particolare sul nasdaq), oppure gli scossoni per alcuni scandali famosi come i fallimenti recenti di qualche hedge found, ecc. La differenza invece credo più sostanziale sia che i tempi di recupero degli indici in passato potevano essere molto più lunghi (la crisi del '29 segnò gli americani in modo determinante visto che per 25/30 anni non si rividero più i massimi reali del '32), mentre oggi possiamo notare come i crash recenti del 1987 e del 2000 vengano recuperati molto più celermente, pur lasciando sul campo ugualmente molti cadaveri.

Altre considerazioni più approfondite meritano una maggiore conoscenza del sistema economico internazionale del presente e del passato, cultura che io, anche se mi piacerebbe, purtroppo non ho e per questo vi rimando ad eventuali testi in materia che studino nello specifico le grandi depressioni della storia economica.

 

Societè Gènèrale. I francesi, prima Alitalia e ora questo: non sembrano poi tanto furbi!

La Societé Générale è il secondo Istituto di credito francese: una banca di grande tradizione e di grande solidità ma che in questi giorni viene travolta da uno scandalo incredibile: Jerome Kerviel, un suo giovane  funzionario di 31 anni  (stipendio inferiore ai 100 mila euro all’anno lordi), è riuscito a fare un buco valutato dalla banca in 4,9 miliardi di Euro nel 2007. La prima reazione della dirigenza è stato, ovviamente, il licenziamento del trader. Il Presidente e il Direttore generale hanno dato le dimissioni, subito però respinte dal CdA. Il Presidente, Daniel Bertou, si è autosospeso lo stipendio per sei mesi e il proprio diritto a usare privilegi e premi per tutto il 2008.La Banca ha lanciato subito un aumento di capitale di 5 miliardi di Euro e ha presentato i conti 2007, con un utile ridotto a 800 milioni di Euro (praticamente la perdita è poco inferiore all'utile dell'anno precedente). Fin qui i fatti. Il Kerviel attualmente è stato fermato dalla polizia, anche se si stenta a trovare un capo di imputazione nei suoi confronti, in particolare perchè sembra che l'impiegato non l'abbia fatto per lucro. Ma lo scandalo è scoppiato , soprattutto perché  i fatti non stanno come sono stati presentati: così almeno sostengono molti analisti finanziari francesi. La Banca , come tutto il sistema creditizio francese, ha una rete di controlli cartesiana, insuperabile. E come ha fatto Jerome Kerviel ha violare sistematicamente regole e controlli ? Nessuno lo sa spiegare e nessuno lo ha spiegato. Si è solo detto che il giovane si è trovato dentro al ciclone della grande crisi americana dei “subprimes”, in prevalenza prestiti ipotecari a rischio. Ma questo non riguarda il sistema del lavoro e dei controlli dell’Istituto. Una o due operazioni potevano essere anche sfortunate o sbagliate : ma non certo il giovane funzionario avrebbe potuto chiudere affari, con perdite da reddito di un intero  Paese, come il Nicaragua o addirittura quasi come l’Egitto.  E possiamo immaginare il volume di questi affari! Tutto da solo e nella inconsapevolezza generale, superando il primo controllo , che è quasi quotidiano (il cosiddetto “back office”) e il secondo, che già comincia ad essere strutturale (il “ middle office”). E se non era da solo con chi era? Questo si chiedono molti giornali francesi. E aprono questioni di ovvia rilevanza scandalistica, se pur, allo stato, poco credibili: quelle dell’affare del secolo, della grande truffa, organizzata e gestita dall’esterno, se pur incastrata sul Kerviel . Oppure, dicono gli analisti finanziari, la verità è che la Banca aveva subito quella perdita, nell’intero comparto del commercio dei titoli e che per mascherarla, onde evitare una caduta di immagine enorme e con conseguenze terribili sulla clientela, ha creato lo scandalo sul giovane Kerviel. In effetti la Societé Générale ha una grande tradizione proprio in questo lavoro di investimento titoli, per clienti di piccole e medie capacità finanziarie. E un buco di questo genere avrebbe screditato l’intero lavoro della Banca nel settore e non solo. D’altro lato il presentare la Banca con un sistema di controlli quasi  goliardico, forse non è poi tanto meglio rispetto all’ipotesi del grande singolo errore.

In compenso ho trovato email di tutti i tipi a favore di questo tizio, anche dei blog aperti in suo onore. Una su tutte:

"BRAVO BRAVO E ANCORA BRAVO!! COMPLIMENTI! sei un vero eroe... perdonami non me ne vengono in mente altri.. sei tutte queste cose e tutte quelle che non mi vengono in mente e che saranno inventate nel futuro universale"

Ma se uno che fa un buco del genere mostrando di essere un incapace nell'arte del trading riceve tutti questi complimenti e commenti favorevoli, tutti quei poveri diavoli che invece guadagnano chi sono? Dei nuovi Messia? Mah, certe volte penso che la gente sia matta, altre (come in questi casi) che sia proprio idiota!!

 

Perdenti, perchè?

Questa lista di regole che ho poi messo insieme in un unico decalogo (utilizzando i, diciamo così, più votati) l’ho trovata in internet leggendo moltissimi siti e/o documenti vari che indicavano appunto questi quali motivi principali, se non unici, come causa precisa e certificata delle perdite che assilla la gran parte dei traders: 

1) perde continuamente e pensa, sbagliando, che esperienza, studio e impegno siano importanti;

2) usa stoploss fissi invece di agire in modo dinamico.

3) media sempre le posizioni in negativo;

4) sceglie i titoli in base alle notizie oppure ai fondamentali;

5) chiude con piccoli gain e invece aspetta troppo stopparsi;

6) Si fissa su pochi titoli;

7) spera nella fortuna quando le cose vanno male;

8) Opera seguendo i grafici, i pattern di prezzo, le candele giapponesi e gli oscillatori;

9) opera prevalentemente in scalping invece di sfruttare i movimenti importanti;

10) quando perde non esce in tempo e tiene posizioni impossibili troppo spesso; 

E’ possibile valutarli uno ad uno e capire eventualmente se corrispondono a possibile verità per tutti oppure sono solo le solite frasi per riempire pagine e pagine.

La prima regola mi sembra veramente un’idiozia: in qualsiasi campo, settore, professione ecc. lo studio delle situazioni, dell’ambiente, l’applicazione continua e quindi l’esperienza che ne deriva non solo facilitano sempre il lavoro ma permettono certamente un costante e continuo miglioramento delle prestazioni personali, permettendo inoltre di accrescere la consapevolezza riguardo alle cause di eventuali errori e quindi favorire la correzione di futuri comportamenti erronei. Bocciata!

La seconda potrebbe essere parzialmente vera, dal momento che i mercati non sempre si muovono allo stesso modo, quindi in alcuni casi a parità di ampiezza dello stop la volatilità maggiore del mercato potrebbe causare problemi, così come in altri la bassa volatilità invece potrebbe rivelare l’inutilità dello stesso livello di stop; situazione accettabile sarebbe trovare un compromesso tra uno stop appositamente studiato in base alle condizioni del momento ed il livello finanziario limite stabilito in base alla propria propensione al rischio. Rimandata!

La terza è quasi sempre vera e accettabile, perché mediare le posizioni in perdita rischia non solo di arrecare perdite consistenti ma anche di immobilizzare per troppo tempo una parte considerevole del proprio patrimonio altrimenti utilizzabile in altre operazioni per recuperare le perdite precedenti; sarebbe accettabile un tale comportamento solo nel caso si avessero a disposizione risorse finanziarie illimitate o quasi rispetto alle posizioni prese. Promossa!

La quarta è alquanto opinabile ed è scritta e sostenuta da trader che si basano sull’analisi tecnica per la propria operatività. In realtà non sarebbe sbagliato investire in una azienda sana e con buone prospettive se il prezzo dell’azione è decisamente inferiore ai suoi concorrenti sullo stesso mercato, quantomeno se si ha un’ottica di lungo termine e si è disposti ad aspettare il risveglio dei compratori sul titolo in oggetto. Provate a dire che ha avuto torto, così tanto per ricordare, a chi a metà degli anni ’90 ha investito sul Banco Desio che da anni quotava tra 1,2 e 1,5 con volumi bassissimi e praticamente dimenticato dagli operatori nonostante i buoni risultati, solo perché si privilegiava investire sui nomi altisonanti: oggi dopo l’ultimo e ancora attuale cataclisma di borsa si ritrova con i suoi soldini più o meno quintuplicati in una decina di anni e dopo aver raggiunto anche più di sette volte il capitale investito. Bocciata!

La quinta è senza dubbio veritiera perché un buon piano di trading non può funzionare a lungo se prevede di fare pochi punti di gain e posizionarsi poi stoploss di 4-5 volte il guadagno potenziale, altrimenti se si incorre in 2-3 stop consecutivi occorrerà poi fare 10-15 operazioni vincenti consecutive anch’esse senza sbagliare solo per tornare in pari: rischioso, probabilmente perdente e comunque troppo stressante dal punto di vista psicologico. Promossa!

La sesta non ha senso per i motivi spiegati nella prima: fissarsi su un numero limitato di strumenti potrebbe anche limitare l’operatività in termini quantitativi ma certamente permette una migliore conoscenza dello strumento o degli strumenti e dà certamente migliori opportunità di valutare rischi e opportunità operative. Bocciata!

La settima non è nemmeno discutibile: si lavora con un metodo e con un piano preciso, altrimenti si lascia perdere subito, il caso o la fortuna sono una creazione dell’uomo che necessita di credere in qualcosa. Promossa!

L’ottava è altrettanto non discutibile, ma questa volta al contrario. Se c’è qualcuno che sostiene di operare proficuamente senza l’uso di grafici e strumenti annessi o connessi probabilmente non vi farà mai vedere come opera realmente dal vivo, quasi sicuramente perché dice balle! Certo con l’esperienza si può anche andare in auto senza bisogno di guardare tutti i segnali stradali più ricorrenti, ma se la strada si interrompe su un precipizio segnalato e noi ignoriamo il cartello non è che la cosa ci può fare tanto bene. Bocciata!

La nona regola andrebbe vista sotto molteplici aspetti; qui possiamo invece dire che anche lo scalping può portare ottimi risultati perché se da una parte si perdono i movimenti forti è anche vero che a controbilanciare c’è generalmente un minor rischio che il trader è disposto ad assumersi ed inoltre dipende molto dalle capacità e possibilità operative della persona. Rimandata!

L’ultima è certamente sacrosanta: è inutile intestardirsi nella speranza di vedere perdite tramutarsi in guadagni come d’incanto. Se il nostro metodo prevede l’uscita in perdita occorre procedere senza rimpianti e ripartire in una direzione diversa senza rimpianti, onde evitare di accumulare solo situazioni perdenti e stagnanti inutili e negative sotto tutti i punti di vista.

La discussione ha ovviamente carattere personale e chiunque può scrivere per dire la sua privatamente oppure permettendomi di pubblicarla come confronto utile a tutti; certamente però chiunque converrà con me che ognuno dice la sua e non sempre la loro è vera o utile alla nostra causa.

 

Buon compleanno alla borsa di Milano

La nascita della nostra borsa valori risale dunque al lontano 1808 quando, per ordine di Napoleone (grande uomo, politico, generale e imperatore), l'allora vicerè Eugenio (Beauharnais) ne ordinò l'apertura ed il regolamento e diede inizio alle contrattazioni il 15 febbraio. La Borsa di Milano nacque per soddisfare due diverse esigenze: da una parte quella dei banchieri italiani che in tal modo rendevano ben più ufficiale e meglio regolato un sistema di scambio già esistente dandogli anche una adeguata sistemazione logistica, dall'altra la necessità di Napoleone di creare un mercato il più possibile controllato ed efficiente dove collocare le emissioni del debito pubblico in concorrenza con il mercato borsistico dell'odiata Inghilterra. Dunque le contrattazioni iniziarono il 15 febbraio 1808 ma fino al 1813 vennero emanati regolamenti che modificarono  sia il comportamento degli operatori che la struttura materiale della borsa stessa. Dal 1816 e fino al 1825/1830 circa, cioè dopo la Restaurazione del potere austriaco in Italia, la borsa conobbe un periodo di quasi inattività e solo dopo l'inizio degli anni '30 ricominciò la vera attività grazie allo sviluppo dell'industria e del commercio, consolidandosi poi in seguito negli anni '40 e '50 grazie anche e soprattutto allo sviluppo di vie e mezzi di trasporto e comunicazione ed all'indotto che da essi ne derivava. Negli anni '70 una forte emissione di titoli di debito pubblico entrò a far parte delle contrattazioni in seguito all'unificazione della nostra penisola, situazione che comportò appunto un onere finanziario molto gravoso. Vennero inseriti poco dopo i titoli delle prime compagnie ferroviarie e di alcuni istituti di credito; verso la fine dell'ottocento e poi nei primi anni del nuovo secolo il listino, grazie anche allo sviluppo industriale che portò una decisa crescita del paese raggiunse oltre 150 titoli quotati assumendo importanza anche per volumi di contrattazione. Fino ai primi anni del novecento le piazze finanziarie principali erano concentrate a Genova, Milano, Torino, Firenze e Roma; fu proprio in questi anni che, complice una grave crisi che colpì le altre borse ma in particolare la già importante Genova che Milano assurse al ruolo di borsa principale e da lì in poi divenne "la borsa italiana" come noi oggi la conosciamo. Nel 1928 venne affidato all'architetto Paolo Mezzanotte il compito di progettare una nuova sede. Essa fu inaugurata quattro anni più tardi in una nuova piazza completamente rimodellata e denominata Piazza degli Affari. Nel dopo guerra l’attività riprese a pieno ritmo e per tutti gli anni ‘50 si ebbe una lunga fase espansiva in cui la forte crescita dei corsi azionari accompagnò il  boom dell’economia italiana. Il numero delle società quotate rimase sostanzialmente invariato e tra queste crebbero i settori assicurativo, finanziario ed elettrico. Nel 1956 furono proposte dal ministro delle Finanze nuove norme tributarie che imponevano agli intermediari di borsa la comunicazione quotidiana di tutti i contratti a termine conclusi. Le proteste degli agenti di cambio furono immediate e paralizzarono l’attività per qualche mese. L’obbligo venne aggirato introducendo una forma di contratto per contanti a liquidazione differita, che venne definitivamente approvata nel 1958. Con i primi anni ’60 il ciclo di espansione economica rallentò: la crescita dell’inflazione e l’andamento negativo della bilancia dei pagamenti portarono un’inversione di tendenza mentre l’intervento crescente dello stato nell’economia agì come un fattore depressivo sulla borsa. I beni rifugio come i titoli di stato e del reddito fisso acquisirono peso rispetto al mercato azionario. La nazionalizzazione dell’industria elettrica portò alla cancellazione dal listino di alcuni tra i titoli più scambiati; altri furono interessati da processi di concentrazione finanziaria, come la fusione Edison-Montecatini del 1966. Con l’inizio degli anni ’70 la borsa perse quasi completamente la propria funzione di finanziamento della crescita industriale. Il risparmio venne sempre più dirottato verso il fabbisogno pubblico, sostenuto da alti tassi di interesse e l’attività sui titoli azionari si ridusse a passaggi dei pacchetti di controllo e a operazioni di puro carattere speculativo; in questi anni venne istituita la Consob per il controllo delle società quotate. Tra la seconda metà degli anni ’70 e i primi anni '80 vennero presi provvedimenti per contrastare un clima economico italiano e internazionale poco favorevole. Nel 1977 l’indice raggiunse i minimi storici dal dopoguerra. Per aumentare gli scambi fu adottato allora il sistema del credito d’imposta che pose fine alla doppia tassazione dei redditi e nello stesso anno fu istituito ufficialmente il Mercato ristretto per ampliare l’offerta dei titoli negoziabili. Ancora nel 1983 vennero introdotte nuove agevolazioni fiscali (esenzione d’imposta per le plusvalenze realizzate in fase di cessione) volte a incentivare gli investimenti finanziari. Dalla fine degli anni '80 è praticamente storia dei giorni nostri, con l'espansione continua della borsa milanese, l'arrivo e il boom dei fondi di investimento, il nuovo mercato telematico, la privatizzazione, l'inserimento di nuovi settori per permettere la quotazione anche di aziende medio-piccole, la revisione degli indici generali e settoriali ed infine la fusione con la borsa di londra.

Questa una veloce panoramica senza pretese e certamente senza dovizia di particolari, con un'unica consapevolezza: cambiano i tempi, le persone, i titoli e le regole, ma il mercato è sempre fatto di alti e bassi, crolli e boom, guadagni e perdite e se dopo 200 anni le cose stanno ancora così... adattiamoci!

 

Crisi delle borse mondiali 

Oggi si parla della crisi che sta investendo i mercati finanziari e le cause sono molteplici, tante quante sono le direzioni dalle quali queste motivazioni provengono, o quasi. Le principali e più diffuse sono legate all’aspetto macro-economico da una parte e ciclico-esoterico dall’altra.

Punto di vista macro-economico.

Il deficit commerciale Usa ha raggiunto un livello ritenuto insostenibile dalla maggior parte degli economisti che già da tempo auspicano un cambiamento strutturale nella politica economica del paese per scongiurare le possibilità di una recessione pesante dell’economia Usa. Invece, giusto per peggiorare quanto basta la situazione, il sistema finanziario americano ha approfittato di questa situazione speculando sulla disponibilità di denaro facile e concedendo i mutui subprime permettendo dunque di accedere ai prestiti anche  a chi non poteva fornire alcuna garanzia. I prestiti sono stati cartolarizzati per esse poi diffusi nel sistema bancario e finanziario internazionale. Si è inevitabilmente creata così una bolla speculativa principalmente di origine immobiliare che, dati i presupposti, non poteva durare e che ad un certo punto è scoppiata, trascinandosi dietro tutto il resto.

Petrolio. L’economia degli USA deve gran parte della sua fortuna, è risaputo, grazie al  credito offerto dai paesi produttori di petrolio, in particolare dell’Estremo Oriente, i quali hanno accettato in pagamento miliardi di dollari di riserve in buoni del tesoro dagli USA, facendone un impero economico basato sul credito e,  a mio modesto parere, riuscendo sempre più nel tempo ad avere il controllo, più o meno efficace, del loro apparato economico. Se si aggiunge il fatto che il dollaro è la moneta internazionale per gli scambi commerciali e che dunque i paesi mondiali hanno dovuto nel tempo accumulare ingenti riserve della moneta USA è quindi facile scoprire che gli americani in tutti questi anno hanno semplicemente dovuto stampare dollari ogni volta che serviva per acquistare all’estero, grazie anche all’abolizione degli accordi di Bretton Woods nel 1971 che obbligavano a mantenere un rapporto tra le riserve effettive di oro e la valuta stampata. E’ in questo modo che si sono create le condizioni che hanno portato ad un grave squilibrio nella bilancia internazionale dei pagamenti, che incide tanto più sull’economia mondiale quanto più questa risulta interconnessa.

Varie. La moneta USA è scesa ai minimi degli ultimi 15 anni e ciò ovviamente comporta difficoltà legate al potere d’acquisto a livello internazionale della nuova valuta forte, cioè l’Euro. Il deprezzamento del settore immobiliare da tempo in atto e, nonostante le continue rassicurazioni in merito, probabilmente ancora lontano dal crollo vero e proprio che si potrebbe verificare fra qualche anno. L’indebitamento delle famiglie americane che, causa i tassi mantenuti bassi per lungo tempo, hanno raggiunto livelli di guardia importanti e soprattutto è servito a drogare la crescita economica che ormai si basa per larga parte proprio sui debiti personali.

Punto di vista ciclico

Mentre la discussione ed enunciazione degli aspetti economici di cui sopra è generalmente farina del sacco di economisti e studiosi del sistema commerciale e finanziario mondiale, la spiegazione dei crolli dal punto di vista ciclico, se fatto in modo approfondito e particolareggiato, è farina del sacco di chi in realtà non può o non vuole acquisire un minimo di cultura economica ma vuole comunque partecipare alla discussione sui boom e sui crash delle borse mondiali (salvo che l'argomento sia più ragionvolmente affrontato in modo serio sotto l'aspetto tecnico finanziario dei prezzi). In questi casi (documenti, trattati o interviste) sentirete citare i cicli a 10 anni, a 20, 30 e 50, 60 e 100, 120 e 200 anni, quindi multipli e sottomultipli. Il problema principale è che la gente li ascolta pure e non si rende conto che anche solo due dei cicli sopra indicati, con i loro multipli e sottomultipli, rischia di portarvi a considerare ogni ciclo, da 1 giorno a 1000 anni, come un potenziale ciclo effettivamente valido. In effetti è  molto probabile che nessuno tra chi parla di cicli temporali (e magari ci mette pure l’aspetto esoterico in mezzo) abbia la benché minima idea di quello che sta dicendo.

Conclusioni.

La conclusione è solo una mia considerazione personale e cioè che l’unica cosa che serve tenere presente è una semplicissima legge della fisica che dice, più o meno, che quando un oggetto spinto verso l’alto esaurisce la sua spinta tenderà a tornare verso il basso, e che quando scende e trova un valido supporto tende a rimbalzare nuovamente verso l’alto; è sempre successo e presumibilmente succederà sempre. In definitiva tutto quello che sale prima o poi scende, poco o tanto, e viceversa; noi dobbiamo solo considerare l'evoluzione dei prezzi per cerare di trovarci nella direzione giusta del mercato, ma soprattutto ricordate: è il prezzo che ci fa guadagnare, non il tempo o i cicli o le opinioni sul mercato, solo ed esclusivamente il prezzo che si muoverà a nostro favore oppure contro!!. Gli economisti motivano sempre il crollo delle borse o la recessione economica solo dopo che questa è abbondantemente iniziata oppure la anticipano talmente tanto, creando spesso allarmismi ingiustificati, da vederne lo svolgimento solo dopo parecchi anni. Per chi sostiene invece la validità dei cicli nella previsione dei crolli o dei boom di borsa è tutto sempre molto semplice da spiegare, ma anche per loro purtroppo questo non avviene mai in anticipo: se fosse vero quello che sostengono, cioè che sanno prevedere in anticipo i movimenti dei mercati in base ai cicli temporali, basterebbe convincere tutti, per una volta nella loro vita, (non sempre ci mancherebbe!) dicendo con assoluta certezza qualche settimana prima che si verifichi, nemmeno anni, l’esatto momento del minimo o del massimo di periodo e magari ripetere la cosa qualche mese più avanti (per scongiurare l’effetto “fortuna del principiante”). A questo proposito mi viene in mente una cosa riferitami da un amico tempo fa, il quale dopo aver sottoscritto un abbonamento per la consulenza finanziaria, a fronte di messaggi che riportavano guadagni giornalieri fantastici, lesse un giorno che il mercato sarebbe girato al ribasso intorno alle 13 e, come per magia, circa a quell’ora il mercato in effetti scese e terminò la seduta sui minimi. Convinto di aver trovato il mago della borsa lo seguì nella successiva previsione sempre al ribasso e si posizionò short con i derivati; il bilancio della prima seduta fu negativo (+1,5% credo dalla sua entrata) ma il consulente disse che era solo una mossa per far cedere i ribassisti e quindi si teneva. Le tre giornate successive furono da incubo, tutte con rialzi da tempo sconosciuti e con conseguenti perdite elevate e quasi insostenibili, sia dal punto di vista finanziario che psicologico. Ed il consulente? Era dispiaciuto, di solito, ha detto, non mi succede di sbagliare. Ma và?? E quale fesso direbbe il contrario? Bè signori se volete vedere un mago all’opera non iscrivetevi ad un servizio di consulenza finanziaria, andate piuttosto a vedere Harry Potter e rilassatevi per un paio di ore.

 

Nuove piattaforme e nuovi orizzonti per il trading

L’industria del trading on line offre una grande possibilità di scelta tra numerose piattaforme di analisi tecnica. Da anni il punto di riferimento del settore per completezza, facilità di utilizzo e per la progettazione dei trading system è sicuramente Tradestation 2000 di Omega Research ma negli ultimi due anni nuove piattaforme si sono affacciate sotto le luci della ribalta decise a ritagliarsi un posto di primo piano nel mondo del trading on line. Tradestation è il software più diffuso al mondo e quello su cui nel corso del tempo si è sviluppata la più ampia letteratura in materia di trading system. Uno dei motivi di successo della piattaforma risiede nel linguaggio di derivazione Pascal molto semplice (denominato appunto Easy Language) ma al tempo stesso completo. Tradestation consente di realizzare e testare con efficacia le proprie idee di trading accontentando le esigenze anche degli utenti più smaliziati. Purtroppo la piattaforma non eccelle dal punto di vista grafico, aspetto dove sembra risentire del peso degli anni. Il software può essere integrato dal Rina Portfolio Evaluator per effettuare il testing di portafoglio e la definizione di strategie di money management ed asset allocation. Negli Usa oramai Tradestation 2000 è considerato obsoleto e non è più oggetto di aggiornamento, è infatti stato sostituito dalla nuova versione chiamata Tradestation 8 (www.tradestation.com) che si propone come non plus ultra per la progettazione dei trading system. Il linguaggio è stato potenziato, sono stati risolti alcuni piccoli ma fastidiosi bug che affliggono la versione 2000, la parte grafica è stata potenziata. Un importante punto di forza risiede nel mettere a disposizione dell’utente storici tick by tick di svariati anni di lunghezza sia per il daily che per l’intrday, inoltre la piattaforma è diventata anche dispositiva in quanto Tradestation si è trasformato in broker. Proprio questo è l’aspetto che per ora ha frenato la diffusione del software in Europa in quanto per potere usufruire della piattaforma Tradestation 8 occorre aprire un conto negli Usa. Negli ultimi tempi la TS Support (www.tssupport.com) ha però messo in produzione un software che viene incontro alle esigenze dei trader europei. Tale software è denominato OwnData e funge da interfaccia attingendo ai dati di fornitori esterni come ad esempio eSignal in modalità on demand (quindi se viene a mancare il dato da un fornitore esso viene richiamato da altre fonti, se disponibili). In questo modo facendo lavorare Tradestation 8 in offline è possibile alimentarlo con i dati dei mercati europei che non sono attualmente disponibili, ed eventualmente, fare trading completamente in automatico (ricordiamo che la Consob impone un tasto di conferma dell’ordine per il mercato italiano). A differenza della vecchia versione 2000 il nuovo Tradestation 8 consente di operare in modo completamente automatizzato con ordini stop e limit che vengono inviati direttamente sui server dell’intermediario. Con Tradestation 2000 invece gli ordini vengono inviati al broker a mercato solo nell’istante in cui il trading system raggiunge il livello operativo con un conseguente incremento dello slippage (definito come la differenza tra il prezzo teorico stabilito dal trading system e quello effettivo spuntato sul mercato). Per anni concorrente storico di Tradestation 2000 è stato il software Metastock prodotto dalla Equis (www.equis.com). Il prezzo molto più basso rispetto al diretto rivale, l’affidabilità e le buone potenzialità grafiche ne hanno agevolato la diffusione al grande pubblico consentendogli di trovare una vasta platea di affezionati sostenitori. Purtroppo la sintassi del linguaggio è poco flessibile e dotata di potenzialità inferiori rispetto al software di Omega Research e per questo si presta con più difficoltà alla progettazione di trading system professionali. Una variante made in Italy del Metastock che si indirizza allo stesso target di clientela è rappresentato dal software Visual Trader sviluppato da Traderlink (www.Traderlink.it). La piattaforma ha subito negli ultimi anni un aggiornamento continuo sia nella parte grafica-informativa sia nell’area trading system ma ancora tante sono le implementazioni in agenda come spiega Luca Ricchi di Traderlink secondo il quale sono allo studio alcune nuove funzionalità che renderanno il TradingSystem di VT ancora più potente, come ad esempio la possibilità di utilizzare più titoli sullo stesso TS in modo da operare "per confronto", l'utilizzo di compressioni temporali differenziate contemporanee sul titolo in modo analizzarlo istantaneamente su scenari differenti”. Visual Trader, oltre a fornire direttamente i dati di borsa ai propri clienti, ha anche un carattere dispositivo, si può infatti utilizzare per inviare gli ordini d’acquisto e di vendita a due delle principali società d’intermediazione italiane. I punti di forza della piattaforma secondo Ricchi sono la fruibilità di impiego e l’attenzione nei confronti del cliente il quale è coadiuvato da un customare care di ottimo livello. Gli utenti, soprattutto i meno esperti, vengono seguiti dal reparto assistenza anche nella risoluzione di eventuali problemi. L'attenzione verso la formazione degli utenti ha portato da sempre alla ricerca di un contatto diretto tramite corsi di formazione tenuti in tutt'Italia. Uno dei concorrenti di Tradestation più agguerriti e celebrati arriva ancora una volta dagli Usa dove è stato considerato da 14 anni consecutivi miglior servizio di dati in tempo reale (fonte S&C Awards, 2006). Ci riferiamo ad eSignal (www.esignal.it) che è leader nella fornitura dati in tempo reale di tutti i mercati mondiali. eSignal rappresenta attualmente il quarto più grande fornitore dati in tempo reale, il primo fornitore al mondo per clientela privata, con oltre 200.000 postazioni attive, e più di 5,5 milioni di titoli seguiti in tecnologia streaming push. eSignal mette a disposizione diverse tipologie di piattaforme per le diverse esigenze degli operatori, dal trader privato indipendente all’organizzazione istituzionale. Secondo Massimiliano Del Corona, rappresentante italiano di eSignal, i punti di forza della piattaforma sono molteplici: i trader discrezionali hanno a disposizione tutti i tipi di charting - Market Profile compreso – tutti i time frame, tutti gli strumenti grafici, un elevatissimo numero di indicatori, e la possibilità di costruirne di nuovi. I trader meccanici hanno a disposizione un linguaggio potente, derivato dal Javascript 1.5, la funzione backtesting di ultima generazione e quella replay. Per venire incontro alle esigenze dei trader eSignal ha inoltre incluso nella piattaforma un software compilatore - Formula Wizard - che permette la costruzione di indicatori e trading system senza dover necessariamente saper programmare. eSignal è compatibile con la maggior parte dei software per il trading automatico. Si interfaccia direttamente sia con Tradestation 2000 sia con Metastock mettendo a disposizione dell’utente anche la funzione di recupero dati intraday. Coloro che lo desiderano hanno accesso ai migliori studi Add-on, e volendo fino alle punte di diamante Advanced GET e Dynamic Trend Profile reputati attualmente il Top della ricerca di Oltreoceano nell’ambito del trading professionale. La nascita del linguaggio eSignal Formula Script (EFS), molto più recente rispetto all’Easy Language, fa sì che sia molta poca letteratura sui trading system realizzati con tale sintassi ma gli sviluppatori stanno colmando velocemente il gap con un forum, anche italiano, molto attivo e con video corsi on line. Tra le nuove realtà del mondo del trading on line si è ritagliata un proprio spazio la piattaforma ProRealTime (www.prorealtime.com), azienda parigina che ha impostato una strategia commerciale “silenziosa” basata sul passaparola delle comunità internet preferendole alle pubblicità ed alle fiere. L’azienda punta tutto su una piattaforma facile ed intuitiva con un buon rapporto qualità-prezzo. La tariffa di connessione al programma e la ricezione dei dati end of day è gratuita. L’abbonamento dati intraday è invece a pagamento con una struttura modulare, ogni mercato addizionale viene pagato con un costo a parte. La piattaforma, progettata con tecnologia Java consente di fare scansioni di tutto il mercato in real time e con un modulo aggiuntivo, definito ProBackTest, offre l’opportunità anche a chi non è un esperto programmatore di poter realizzare propri indicatori e strategie in modo semplificato. Infine segnaliamo una prossima anteprima per il mercato italiano. La Ts Support, fonte inesauribile di novità, ha ideato una piattaforma di nuova generazione denominata Multicharts dotata di potenzialità grafiche molto elevate e di un editor pienamente compatibile con l’Easy Language di Tradestation ad un costo molto inferiore a quello della più nota capostipite. è quindi possibile importare tutti i codici in modalità Easy Language senza bisogno di adattamenti, siano essi indicatori o trading systems. Nelle intenzione dell’ideatore Dennis Globa c’è di presentare presto una versione che incorpori la possibilità di testare, oltre a singoli mercati, strategie di money management su interi portafogli. La piattaforma può funzionare con modalità on demand sia in real time che in end of day e consente di costruire una propria banca dati partendo da singole parti di storico anche di formati diversi tra loro. Nella prossima versione beta è prevista l’introduzione della possibilità di automatizzare completamente l’operatività dei trading system (articolo da internet a cura di E. Malverti).

 

E pensare che c'è gente che si spacca la schiena tutti i giorni!!

E' stato un «trader» del Nymex (New York Mercantile Exchange) a portare il greggio oltre la soglia psicologica dei 100 dollari a barile. L'ha fatto tanto per provare una emozione: difatti ha comprato da un altro «trader» mille barili di greggio (il minimo consentito) al momento giusto per provocare il tracollo, per poi rivenderli immediatamente, tra l'altro con una perdita di 600 dollari. Lo ha rivelato al Financial Times Stephen Schork, fondatore della newsletter Shork Report (che segue il mercato petrolifero) ed ex «trader» al Nymex. «Potrà dire ai nipoti che è stato lui a farlo. Sono sicuro che sta incorniciando la ricevuta che comprova lo scambio». Difatti i responsabili dell'OPEC si sono affrettati a comunicare: non è per colpa nostra. «Non c'è problema di scarsità d'offerta del greggio», ha dichiarato Hojjatollah Ghanimifard, direttore della compagnia nazionale petrolifera iraniana (l'Iran è il secondo produttore dell'OPEC dopo l'Arabia Saudita): «Secondo me, il vero problema sta al di fuori del mercato del petrolio. C'è troppa liquidità disponibile, il grosso del problema sta nel mercato di carta sul greggio». Infatti sono stati gli speculatori sui futures petroliferi, che scommettono sul rincaro, a provocare il rialzo. E la loro frenetica settimana di gloria è stata coronata dalla pura demenza dell'anonimo «trader» che ha comprato e rivenduto in perdita i suoi mille barili (di carta) per essere l'uomo che portò il greggio a 100. Ovviamente, rotta la barriera psichiatrica, i futures scommettono - e dunque provocano - ulteriori rincari. Siamo nelle mani di questo tipo di gente: cretini globali sul mercato globale.

Ma il pirla del Nymex ha un imitatore in Trichet, il governatore della Banca Centrale Europa. Come si ricorderà, il 18 dicembre scorso la BCE inondò il mercato interbancario con 380 miliardi di euro a 2 settimane - somma astronomica che lasciò stupefatte persino le Banche Centrali anglo -americane - per dare liquidità alle banche che rifiutavano di prestarsi soldi a vicenda, sapendo di avere in pancia enormi buchi da perdite sub-prime e bisognose di costituirsi riserve. Ebbene: adesso la BCE sta prosciugando l'alluvione che ha provocato, riacquistando almeno 300 miliardi di dollari dalle banche. Lo chiede con un'asta di acquisto, offrendo il 4%. E il bello è che le banche, che avevano bisogno disperato di questa liquidità, stavolta lo ridanno alla BCE: allo stesso tasso cui l'avevano preso in prestito, è vero, ma con una perdita secca. Se avessero usato quel denaro per concedere fidi e prestiti anche a breve, avrebbero guadagnato di più. Ma evidentemente stimano che il rischio di prestare, oggi, non valga il profitto. Lo stesso fanno i banchieri anglo-americani: questi leoni del rischio, che negli anni scorsi, senza batter ciglio hanno comprato 1,8 trilioni di dollari di titoli confezionati con i mutui sub-prime (roba che puzzava lontano un miglio, data l'insolvenza dei debitori dei mutui), oggi corrono ad acquistare Buoni del Tesoro USA a 10 anni, come pensionati tremebondi. Fra l'altro questi Bond di Stato decennali danno un interesse che è inferiore al tasso d'inflazione, e ancor più lo sarà perché l'inflazione non farà che crescere, e può perfino diventare iper-inflazione. Cioè stanno facendo un cattivo affare per paura del rischio, come ne fecero prima uno pessimo per attrazione demenziale al rischio. Sono questi i cretini globali che per anni ci hanno invitato ad affidare a loro i nostri risparmi, adducendo che loro sì erano i veri esperti della finanza, i veri competenti della speculazione. La BCE d'altra parte riassorbe l'eccessiva liquidità di cui ha inondato l'Europa: e fa bene, anche se il costo dell'operazione, per noi euro-contribuenti, non viene rivelato.

Ma perché aveva creato quell'alluvione? E perché le banche prima sono corse a prendere il denaro, ed ora corrono a restituirlo? Secondo l'economista Francesco Forte, che fu ministro di Craxi, la BCE ha aiutato le banche alla «foto di fine anno», ad abbellire i bilanci che si chiudono il 31 dicembre. Il bilancio annuale viene poi «reso pubblico l'anno seguente, come un fotofinish rappresentativo di una situazione che si suppone strutturale», ironizza Forte- ma strutturale non è. I malati si sono fatti dare il belletto per tingersi le guance. Pura cosmetica finanziaria. Così, mentre le banche si sono messe il fondotinta per il fotofinish e sembrano sane, ottocentomila americani, nella sola seconda metà del 2007, hanno cominciato le pratiche d'insolvenza che le porterà a perdere la casa d'abitazione per pignoramento. Nel mondo anglosassone, le perdite dei privati e delle banche ammonteranno - secondo le valutazioni di Evans-Pritchard del Telegraph - a un trilione di dollari, il che porterà come conseguenza una restrizione del credito di 4 trilioni di dollari.

Un governo serio come quello giapponese si prepara ad acquisti in massa di granaglie sui mercati mondiali, per assicurare alla sua popolazione riserve stabili in tempi di prezzi crescenti (il frumento è rincarato del 71% in un anno, la soya dell'81%) e per costituirsi riserve d'emergenza nel caso di vera scarsità. Il Giappone è il più grosso importatore mondiali di grani, e conta di aumentare le sue riserve, attualmente bastanti per uno-due mesi di consumo, a tre mesi . Il Giappone del resto si prepara a un rallentamento, per il fatto che lo yen s'è apprezzato sul dollaro del 18%. Il fatto che l'euro si sia apprezzato del 50, invece, non preoccupa i nostri cretini locali, eurocrati alla Padoa Schioppa, mentre persino la Germania sta rallentando. L'importante è la cosmetica finanziaria e qualche trucco contabile creativo, ciò che essi credono essere l'economia.

In questa sfilata di cretini planetari non dobbiamo dimenticare i sindacati italioti, che - da quando Napolitano ha scoperto che c'è il carovita - minacciano lo sciopero generale per aumentare i salari, tutti quanti: come fare sciopero per l'alta marea, ma non è qui il punto. E' come se CGIL CISL UIL fossero sbarcati da Marte due giorni fa, e non avessero invece partecipato da decenni a tutti i negoziati con Confindustria e governo, in base ai quali i salari nostri sono i più bassi d'Europa. Con l'accordo collusivo dei sindacati cosiddetti «dei lavoratori». Sono furbetti locali, ma la loro cretineria sta nel credere di riuscire, anche stavolta, a darcela a bere. O avranno ragione loro? In questo caso, i super-cretini siamo noi. (Articolo rilevato da internet).
 

 

E' di moda il guru

Quanto riporto di seguito è conseguenza di una mail che mi rimprovera di non indicare sul sito, come invece fa la maggior parte di chi opera nel settore a tutti i livelli, previsioni sull'andamento dei mercati finanziari per l'anno 2008. Direi che proprio per il fatto che non ci sono problemi a recuperare materiale sull'argomento in internet, sui giornali e spesso anche in tv, resto assolutamente sereno sapendo che anche chi segue il sito sarà già stato ampiamente ragguagliato sulle prossime evoluzioni del mercato e che dunque, forti ormai della conoscenza precisa di date e tendenze del mercato, le indicazioni e le analisi di dimensione trading saranno per Voi esclusivamente una leggera lettura rilassante nei momenti di relax, magari anche fonte di ilarità qualora inserissi commenti divergenti da quelli dei grandi guru della finanza. A questo proposito inserisco degli spezzoni di materiale in parte in archivio (come promemoria) ed in parte scaricato da vari siti: a dire il vero ci sarebbero centinaia di documenti ma ovviamente qui mi limiterò a riportarne qualcuno relativo alla grande esperta di finanza americana Abby Cohen la quale, tra le altre cose, per il 2000 aveva previsto una ulteriore salita del DJ almeno a 14000/15000 punti (non è proprio andata così!). La prima chicca:

La strategists di Goldman Sachs si gioca la credibilita': stima un rialzo di +10.00% a 1.600 per lo S&P500 nelle ultime 6 settimane del 2007. Sarebbe il piu' forte balzo del benchmark dal 1971. La strategist di Goldman Sachs, Abby J. Cohen, 55 anni, si gioca la credibilita' con la stima di un rialzo a Wall Street di circa +10.00% a quota 1.600 per l'indice S&P500 nelle ultime 6 settimane del 2007. Sarebbe il piu' forte balzo del benchmark dal 1971. La Cohen, famosa per le sue previsioni rialziste negli anni Novanta (ma sbaglio' in pieno il post 11 settembre e la recessione del 2002) stando a quanto riportato dall'agenzia Bloomberg, sostiene che le perdite delle aziende Usa colpite dal calo del mercato immobiliare saranno compensate dall'aumento degli utili di societa' che operano nel comparto tecnologico e industriale al di fuori degli Stati Uniti. La strategist di Goldman Sachs sostiene anche che una recessione in America e' improbabile. La Cohen non e' la sola ottimista a Wall Street a prevedere che lo S&P 500 oltrepassera' entro Capodanno il suo massimo assoluto stabilito lo scorso ottobre a quota 1565.15. Secondo un sondaggio di Bloomberg, 5 su 8 strategist di banche d'affari americane vedono l'indice sopra quota 1600.

A proposito, cosa scriveva nel 2001:

Milano. Il guru di Wall Street Abby Joseph Cohen, strategist di Goldman Sachs, taglia il suo obiettivo per l'indice S&P 500 della Borsa di New York nel 2002 a 1.250-1.400 punti da 1.550 e osserva che rappresenta un ritorno del 15-25% sull'anno. L'analista dice però che non dà obiettivi per il 2001 per l'indice, a causa degli effetti a breve termine sulla fiducia dei consumatori dopo l'attacco dell'11 settembre. In una nota dopo gli attacchi terroristici a New York e Washington di martedì scorso Cohen scrive: "L'economia Usa si trova ad affrontare stress temporanei, ma è fondamentalmente solida. Il sistema bancario ha funzionato bene nel corso della crisi. Ci attendiamo una ripresa della crescita dell'economia e degli utili nel 2002. L'azionario è prezzato in modo attraente, anche con gli aggiustamenti dopo gli eventi dell'11 settembre".
"I precedenti minimi di una fase ribassista sono avvenuti solitamente a livelli di sottovalutazione tra il 15 e il 25%. Lo S&P 500 era sottovalutato del 25% alla chiusura del 10 settembre sulla base delle previsioni di utile 2001 e 2002 elaborate successivamente".
(17 settembre 2001)

Per finire un articolo su cui meditare

Quel che disturba attorno a Capodanno è la litania delle previsioni sulle borse. Gestori, analisti, strategisti, economisti, operatori dell'azionario e operatori dell'obbligazionario, convertiti all'equity, si danno un gran d'affare per spiegare cosa succederà nei prossimi 12 mesi. La gran parte di questi improvvisati guru è in una condizione, per usare un termine ricorrente, di conflitto d'interessi: lavorando nella cosiddetta industria dei fondi o facendo per mestiere il collocatore di titoli azionari o semplicemente intermediandoli, trovano conveniente dar sfoggio d'ottimismo per attirare clienti cui vendere fondi, titoli, gestioni eccetera. S'è mai visto un gestore che pronostica un crollo delle Borse per l'anno a venire? (…) Chiedere a un gestore se le azioni sono convenienti è un po' come domandare all'oste se il suo vino sia buono.
Ma i più pericolosi di tutti sono gli esperti che si dicono indipendenti: perché nessuno è disinteressato e nessuno ha la sfera di cristallo. Il danno maggiore lo creano le autorità: i governi, quando ti dicono che le cose andranno meglio, e soprattutto certe istituzioni come la Fed o la Banca d'Italia o il Fondo monetario o la BCE. (…) Quasi tutti sono disposti a credere ad un'autorità ritenuta super partes. E sbagliano: negli ultimi tre anni sulla borsa e sull'economia non ne hanno indovinata una né la Fed, né la Bce, né la Banca d'Italia né tanto meno il Fondo monetario. Hanno sempre detto che le cose sarebbero andate meglio…
Infine ci sono i guru celebrati dalla stampa, oltre che dalla comunità finanziaria, solo perché una volta hanno indovinato una tendenza. Gli esperti alla Abby Cohen, strategist di Goldman Sachs e i guru cui il momentaneo successo deve aver dato alla testa. Tra questi bisogna annoverare Robert Pretcher, un ex batterista, convertitosi alla finanza, il cui merito è stato quello di indovinare nell'87 il crollo di Wall Street. Non s'è perso d'animo e aveva predetto il Dow Jones a 800 punti: il 90% in meno del suo valore (all'epoca, infatti, l'indice americano quotava circa 8000p, N.d.R.), a livelli che furono toccati molto prima nel dicembre del '70. I suoi libri hanno comunque sempre un grande successo in America. E non stupisce: perché il pubblico dei piccoli investitori ha sempre bisogno di sollecitazioni forti, come quella di quel tale che, a inizio 2000, aveva predetto il Dow a 36mila e anche allora aveva trovato una folla di adepti.
Certamente meglio chi, nonostante esperienza e grandi capacità di definire ed affrontare problemi reali, ammette di non sapere e di non poter prevedere nulla. Come fece all'inizio degli anni '90, in un incontro tenuto a San Miniato, l'economista John K. Galbraith, il quale, alla domanda su quando sarebbe terminata la recessione e quanto sarebbe cresciuta l'economia negli anni successivi (domanda cui gli altri esperti avevano risposto con cifre e date precise), dichiarò: “Non possedendo una visione teologica dell'economia posso solo dire di non sapere né quando avverrà la ripresa e tanto meno quanto forte potrà essere.

Che dire: a forza di prevedere che salirà (o crollerà) alla fine prima o poi succederà e allora ..."saranno famosi"!! Buona previsione... ops volevo dire continuazione

 

 

L'energia pulita può rappresentare il business del futuro? Se si, occhio alle aziende quotate nei vari settori o alle new entry

“Più di un quarto dell’anidride carbonica, il gas serra che rischia di cuocere il pianeta, viene dalla produzione di elettricità. Oltre metà delle centrali elettriche attualmente in funzione nel mondo ha più di vent’anni: bisogna rimpiazzarle e costruirne di nuove, visto che si prevede che la domanda globale di elettricità aumenterà del 50 per cento da qui al 2030. Un quadrato di pannelli solari di 250 chilometri di lato, piazzato nel Sahara, sarebbe in grado di fornire, dicono gli esperti, tutta l’elettricità di cui il mondo ha bisogno. Altri esperti dicono che il vento può dare un decimo dell’energia mondiale. Insomma, c’è una montagna di quattrini da investire presto nella produzione di elettricità, ma le nuove centrali potranno essere sempre meno quelle tradizionali - a gas o a carbone - e sempre più quelle alternative, perché bisogna ridurre le emissioni di anidride carbonica.” “Il ministero dell’Ambiente tedesco ha recentemente calcolato che il mercato globale delle tecnologie ambientali, che oggi vale già 1000 miliardi di euro, raddoppierà a 2.200 nel 2020. Per quanto riguarda specificamente le centrali, una grande compagnia di assicurazioni, come la tedesca Allianz, calcola che in impianti ad energia rinnovabile siano stati investiti 45 miliardi di euro nel 2005, che diventeranno 250, cinque volte di più, nel 2020. E può darsi che assicuratori e politici tedeschi siano fin troppo prudenti.” “Il cleantech è basato sull’innovazione scientifica e tecnologica, è promosso da imprenditori, è frammentato come Internet. Del resto, non sono solo i profeti del venture capital a parlare di una quarta rivoluzione industriale, dopo quelle del vapore, dell’elettricità e del computer. Lo proclamano i documenti della Ue e dei governi: il salto tecnologico connesso all’energia pulita può dare una spinta paragonabile a quella degli anni ‘90 alla produttività e all’economia. Il rapporto della Allianz parla di centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro, di un’industria ambientale che fornisce alla Germania un contributo paragonabile a quello dell’auto nel secolo scorso.” “A differenza dell’informatica, però, non sono gli americani, oggi, a dominare il cleantech. Il 20 per cento del mercato delle tecnologie ambientali è in mano ai tedeschi. Nelle classifiche degli attori più importanti spiccano, con i tedeschi, danesi, spagnoli, cinesi, indiani, spesso davanti agli americani. E gli italiani? Zero: in questa partita ancora non ci siamo.” “La chiave di volta del cleantech, la sua pietra filosofale è l’energia solare, dove svolta tecnologica e rischio imprenditoriale più facilmente possono incrociarsi con l’effetto moltiplicativo di una rivoluzione. Sfortunatamente, è anche la più elusiva: l’energia iniziale è gratis, ma sfruttarla è difficile e costoso. Oggi, il totale di energia solare prodotta nel mondo è equivalente ai bisogni quotidiani di meno di tre milioni di case. La tecnologia più solida e matura, per produrre elettricità dal sole, è quella della concentrazione termica. Una platea di specchi concentra i raggi del sole su una caldaia, dove l’acqua si scalda fino a diventare vapore che, poi, come nelle centrali tradizionali, muove la turbina di un generatore.” “Se il parametro di riferimento sono i costi di una normale centrale a carbone - il sistema più sporco, ma anche più economico di produrre elettricità - dove produrre un chilowattora costa da 2 a 4 centesimi di euro, quelli di una centrale a solare termico sono attualmente lontani, ma non lontanissimi: fra i 7 e i 9 centesimi. E di poco superiori ai 6-7 centesimi di un chilowattora prodotto con il gas.La distanza è enormemente maggiore per la via più fascinosa del solare: il fotovoltaico, dove i pannelli trasformano direttamente l’energia solare in elettricità. Oggi questo avviene con pannelli al silicio, lo stesso materiale utilizzato per i chip dei computer. Nonostante la rapida discesa del costo dei pannelli, l’energia fotovoltaica è ancora cara: da 26 a 34 centesimi per chilowattora, considerato il costo di impianto (sussidi esclusi). La svolta che tutti attendono è quella che consenta di sostituire i pannelli al silicio con film di plastica.” “Dove il cleantech va già forte, invece, è sulle ali del vento. Le grandi eliche che cominciano a punteggiare coste e campagne danesi, spagnole, tedesche e americane forniscono oggi l’1 per cento dell’elettricità mondiale, quanto basta per le necessità di 20 milioni di case. Ma l’eolico viaggia a ritmi di crescita del 30 per cento l’anno: da qui al 2012, aziende elettriche e governi investiranno oltre 120 miliardi di euro nelle turbine. In Danimarca, già il 20 per cento dell’elettricità è fornito dal vento. In Spagna il 9, in Germania il 7. Ne hanno beneficiato le industrie nazionali. Oltre il 28 per cento del mercato mondiale della produzione di turbine è in mano alla danese Vestas. La spagnola Gamesa, la tedesca Enercon, l’americana Ge se ne spartiscono, in parti uguali, un’altra metà. L’indiana Suzlon ha il 10 per cento.” “Le turbine diventano sempre più alte, le eliche sempre più larghe per intercettare più vento. Brutte, ma efficienti. Il costo di un chilowattora di energia eolica (sempre senza sussidi) è, ormai, quasi uguale ai 2-4 centesimi di euro del carbone, inferiore a quello di un chilowattora da gas. Il dipartimento dell’Energia americano calcola che, negli ultimi anni, il costo dell’elettricità dal vento sia stato, in media, inferiore ai prezzi all’ingrosso dell’elettricità sul mercato Usa.” “Naturalmente, occorre che ci sia abbastanza vento. Ma Peter Kruse, di Vestas, sostiene che, in media, il vento è economicamente competitivo con le fonti tradizionali, almeno fino a quando il barile di petrolio non scenderà sotto i 45 dollari. Oggi, con il greggio a 100 dollari, è una soglia piuttosto remota. Il costo di produzione può scendere ancora, se si allunga il diametro delle eliche dagli attuali 60 a 90 metri. Ciò che le renderebbe ancora più ingombranti nel paesaggio, visto che devono essere sufficientemente distanti l’una dall’altra, per non rubarsi il vento. Ecco perché molti nuovi progetti localizzano i campi di turbine in mare: il chilowattora, in questo caso, costa tre volte di più, ma ancora sotto i 10 centesimi. E c’è chi punta a metterle in alto, sospese come aquiloni centinaia di metri su nel cielo, dove il vento è più forte e costante.” “Il problema con il sole e il vento è che, quando c’è poco sole o poco vento, c’è anche poca elettricità. In altre parole, le centrali verdi devono avere il sostegno di flussi di energia alimentati da fonti meno volatili. E qui tornano in gioco tecnologie già note, come quelle del carbone e dell’atomo. Con attori ben conosciuti, perché, in un caso e nell’altro, gli investimenti sono troppo massicci per un nuovo venuto. Per il carbone, la novità è nella possibilità di sottrarre l’anidride carbonica e stivarla nel sottosuolo, ma la tecnologia è ancora in fase sperimentale. Per il nucleare, che Co2 non ne produce affatto, il dibattito si è riacceso ormai da un paio d’anni, ma i ripetuti annunci di un nuovo imminente boom hanno prodotto finora l’avvio di un solo nuovo impianto in Occidente. Ci sono i dubbi su sicurezza e gestione delle scorie, ma anche motivi economici. Il costo di un chilowattora nucleare è valutato intorno ai 4-5 centesimi di euro, ma tutto dipende da quanto - in tassi di interesse - è costato finanziare l’investimento. Inoltre, è un investimento non flessibile: non si possono togliere o aggiungere reattori, come si può fare con un pugno di pannelli o di turbine. Infine, l’affidabilità di una centrale atomica, rispetto alla erraticità della produzione solare o eolica, ha un rovescio: il reattore deve funzionare sempre al massimo, quale che sia il prezzo finale di vendita. Anche nel mondo della nuova energia, è una scommessa impegnativa.”

 

Trovato nel web: interessante e da controllare (qualcuno si ricorda di WD Gann?)

Come promesso sono a parlare del pattern decennale sul DJ e in misura minore del Presidential Elction Cycle per quanto riguarda lo SP500. Queste, in particolar modo la prima, sono le figure su cui ho sempre basato le mie analisi previsionali già a partire da inizio 2007. Il pattern decennale sul DJ rappresenta il comportamento dell’indice DJ ogni decennio su un periodo di 100 anni (10 decenni dal 1900 al 1999). Come si può notare in tale figura l’anno che termina per 7 è statisticamente un anno dove sono elevate le probabilità di un forte ritracciamento. Così come gli anni che terminano con lo 0. Gli anni in assoluto migliori sono quelli che terminano per 5, seguiti da quelli che terminano per 8, mentre ottime opportunità di acquisto si prospettano alla fine degli anni che terminano col 2, 3 e col 7. Il timing è molto importante anche per il lungo periodo, ed è quello che fa la differenza, in quanto è statisticamente provato che comprando un titolo all’inizio del sesto anno di ogni decade, bisognerebbe aspettare la fine dell’ottavo anno per vedere qualche guadagno. Comprando alla fine degli anni che terminano col 9, bisogna aspettare almeno cinque anni, in media, prima di vedere qualche profitto. Invito a controllare voi stessi sullo storico mensile del DJ sotto allegato. Nello specifico, visto che questo 2007 sta terminando, andiamo ad analizzare nel corso del tempo cosa è accaduto agli anni che terminano per 7. Partendo dalla preistoria dell’indice DJ abbiamo avuto dei minimi importanti già nel 1857 da dove poi partì un movimento che portò al raddoppio delle quotazioni. Così come nell’autunno del 1867, 1877 e 1897, 1907. Il 1917 fu una replica del 1907 dove i prezzi subirono in autunno una drastica riduzione prima di decollare per un’altra fase toro di 2 anni. Durante il 1937 ci fu ancora un forte ritracciamento che interessò anche il primo trimestre del successivo anno da dove poi partì un mercato toro lungo 2 anni. Il 1957 ha seguito il modello previsionale alla perfezione così come il 1967 e il 1977. Nel 1987 inutile dire ciò che accadde, tutti sanno del crollo drammatico delle borse. Nel 1997 dopo 9 anni di salita pur chiudendo l’anno in positivo l’indice tra luglio e ottobre lasciò sul terreno ben 1407 punti per un ritracciamento pari al 16,8%. Tutta questa serie storica di dati che ho riportato è stata presa dal libro di Larry Williams “Investire al momento giusto” dove tratta appunto del pattern decennale sul DJ. Ovviamente libro stampato nel giugno 2005 quando ancora nessuno sapeva cosa sarebbe accaduto nel 2007. Adesso lo sappiamo e possiamo aggiungere anche il 2007 a tutta la serie di anni di cui sopra, dove tale modello è stato rispettato. Il DJ nel 2007 come 10 anni fa chiude il bilancio annuale in positivo ma è passato da un deciso ritracciamento estivo-autunnale. E se pure il seguito sarà rispettato ci dovrebbero attendere 2 anni di buone performances dei listini. Nel passato, molto spesso verso la fine degli anni con cadenza 7, per dare una scossa ai mercati, è intervenuta la FED limando il costo del denaro, cosa puntualmente verificatasi anche adesso, altra straordinaria coincidenza. Come abbiamo visto anche quest’anno il passato si è ripresentato straordinariamente puntuale a dettare i movimenti dei listini. Forte ritracciamento doveva essere e forte ritracciamento è stato. Tale modello prevede in realtà una ripartenza sulla fine dell’anno, con un rimbalzo dai minimi, ma se così è stato per es. per il DAX e in parte per gli indici americani, così non è stato per il nostro SPMIB rimasto attardato.
Per quanto riguarda lo SP500 Presidential Elction Cycle qui siamo al cospetto di un modello che prende in esame il ciclo presidenziale americano, e come sotto si può notare, oltre ad evidenziare un ritracciamento dei mercati nel corso del 3° anno, cioè il 2007 in questo frangente, ci indica anche un ultimo anno del ciclo (2008 in questo caso) come migliore di tutto il quadriennio. Non rimane che tracciare un nuovo bilancio fra un anno per verificare ancora una volta l’attendibilità di queste figure. In allegato posto anche uno storico del DJ dal 1929, suddiviso in 6 grafici, invitandovi a verificare quanto affermato. Nei cerchietti rossi sono evidenziati gli anni con cadenza 0 e 7 dove secondo tale modello si verificherebbero forti ritracciamenti, mentre cerchiati di verde si evidenziano gli anni con cadenza 2 e 3 dove sempre secondo tale modello sarebbe conveniente prendere posizione di lungo periodo. Non se ne può discutere l’affidabilità anche se in qualche occasione è stato disatteso dai fatti. In ogni caso è sempre opportuno muoversi dopo conferme da parte dell’analisi tecnica sul medio periodo su base settimanale.
Riassumendo si potrebbe ottimizzare un trading di lungo periodo secondo questa regoletta principale. Prendere posizione per il lungo periodo negli anni con cadenze 2/3. Vendere nelle primavere degli anni che terminano col 7, rientrare verso la fine degli stessi per altri 2 anni toro, infine uscire negli anni con cadenza 0 per ritornare toro sui mercati nei successivi anni che terminano per 2 o per 3. Ovviamente in questi frangenti di mercati orso, si può anche pensare di mettersi short con posizioni di lungo periodo. Secondo tale modello quindi la recessione che in molti si aspettano già oggi, arriverà invece probabilmente fra 2 anni, o meglio inizierà fra 2 anni, con l’anno della cadenza 0. Se ci sarà di mezzo un’altra guerra o qualche altro sconvolgimento economico mondiale che ci porterà in recessione, non è dato oggi saperlo, così come non era dato sapere anni prima da cosa sarebbe stato causato il ritracciamento del 2007. Oggi lo sappiamo, dai mutui subprime, ma saperlo oggi ha poca importanza, esercizio arduo e difficoltoso è riuscire a prevederlo prima. Quanto sopra ovviamente non ha il dono dell’infallibilità, ma la straordinaria frequenza con cui si sta ripetendo da oltre 100 anni dovrebbe quantomeno far riflettere e farlo tenere in dovuta considerazione. Magari questo pattern dal prossimo anno sarà disatteso, ma avere in mente in quale punto del ciclo di questo indicatore ci troviamo potrebbe essere molto utile anche in futuro. Mi vengono in mente quanti sono rimasti incastrati nell’azionario prendendo posizione nel 2000 in piena euforia da bolla e quanti impauriti e scettici non hanno colto le enormi potenzialità presentate dai mercati nei successivi anni 2002 e 2003. Bastava conoscere questo pattern.

 

Alitalia ai francesi? Un debito in meno per i contribuenti italiani

ROMA - Acquisto del 100% di Alitalia con lo scambio di azioni, acquisto del 100% delle obbligazioni convertibili, immediata iniezione di liquidita' per almeno 750 milioni di euro con un aumento di capitale aperto a tutti gli azionisti e circa 6,5 miliardi di euro (esclusi i leasing per la flotta) di investimento al 2015. Con queste risorse il gruppo Air France-Klm intende intervenire per integrare e ristrutturare Alitalia sia nei servizi di volo sia in quelli di terra in modo che ''raggiungano il piu' alto livello degli standard attuali e consentirle di tornare in utile nel 2010 e di crescere''. Quindi, obiettivo non e' ridurla a semplice vettore regionale al servizio del colosso franco-olandese ma rafforzarne il posizionamento anche per permetterle di riconquistare le proprie naturali quote di mercato. E ancora, mille esuberi solo in Alitalia Fly dove pero' sono previste nuove assunzioni di personale navigante dal 2010 con l'ingresso di nuovi aerei. Sono questi alcuni dei numeri del piano per Alitalia del primo gruppo al mondo del trasporto aereo che, attraverso l'alleanza SkyTeam (di cui Alitalia fa parte dal 2001), puo' servire 841 destinazioni nel mondo. Air France-Klm assicura che Alitalia sviluppera' il proprio marchio e la sua identita' nazionale, che rappresentano un forte asset per il gruppo franco-olandese, in un'ottica multi hub e multi brand. Air France e Alitalia (che hanno uno scambio azionario del 2%) hanno una joint venture sulle linee Italia-Francia molto efficiente dal punto di vista economico e commerciale. SERVIZI A TERRA. Per Alitalia Servizi sarebbe mantenuto lo status quo nelle societa' di manutenzione (per cui sono previsti ristrutturazione e un presidio), Information technology, attivita' aeroportuali, amministrazione e fare poi delle partnership mantenendo una partecipazione di Alitalia al 30%. PERSONALE. In linea con il piano di ''sopravvivenza e transizione'' elaborato dal numero uno dell'Alitalia, Maurizio Prato, sono previsti mille esuberi in Alitalia Fly in cui entrerebbero 800 dipendenti di Alitalia Servizi, dove invece non previsti esuberi. Le fuoriuscite dei lavoratori sarebbero gestite anche con ammortizzatori sociali. Per piloti e assistenti di volo come per il management c'e' la possibilita' di circolare fra le tre compagnie del gruppo. Il piano prevede anche un incentivo per i dipendenti legato ai risultati (come Management by Objective e stock option). FLOTTA. Il rinnovo della flotta sara' la priorita' con la sostituzione di 57 MD 80 a breve e medio raggio e dieci Boeing 767 a lungo raggio. E' previsto che otto aeromobili passino da Alitalia alla controllata low cost Volare e altri 20 vengano messi a terra (10 Atr, 2 Embraer, due 767 e 6 MD80). Al 2010, ci sarebbe la sostituzione dei B767 con i B777 di lungo raggio e al 2015 la flotta risulterebbe integrata con otto nuovi aeromobili di lungo raggio (2-3 all'anno a partire dal 2010). Il cargo sarebbe rilanciato con l'ingresso nel gruppo Air France-Klm. HUB. Con l'ingresso di Alitalia, il gruppo sara' organizzato intorno a 3 hub ben posizionati in Europa, ciascuno con il proprio ambito di influenza: Amsterdam, Parigi e Roma. A Malpensa, Air France-Klm intende mantenere i collegamenti con Stati Uniti, Asia e America Latina e sviluppera' i voli business nazionali e di medio raggio. Si rafforzerebbe l'alleanza con la statunitense Delta. A Malpensa, avrebbe la base Volare (la controllata low cost di Alitalia), che gestirebbe le destinazioni turistiche in coordinamento con le rotte sviluppate negli anni da Transavia Holland con voli in partenza da Amsterdam e Rotterdam e, piu' recentemente, da Transavia France con partenze da Orly. In particolare, a Milano continueranno ad operare i voli diretti verso tutte le principali destinazioni con sufficienti flussi di traffico. Sara' migliorata la qualita' dei servizi soprattutto per la clientela business, con voli in partenza al mattino presto e rientro in orari serali. L'hub di Roma-Fiumicino, base principale per i voli domestici in Italia, sara' sviluppato per offrire anche ai Paesi mediterranei piu' vicini un elevato numero di destinazioni europee e intercontinentali. MERCATO DOMESTICO. Per riconquistarlo, Alitalia avra' bisogno di offrire alle aziende italiane esportatrici il network del maggior gruppo mondiale, una politica commerciale (orari, voli, servizi) coerente con le esigenze del sistema economico ed industriale che rappresenta la spina dorsale dell'economia italiana e delle esportazioni; di beneficiare di contratti 'corporate' per le aziende italiane e, per tutti i clienti Alitalia, del vantaggio di tariffe che danno accesso a tutte le linee aeree del Gruppo; dell'accesso a tutti gli strumenti di sviluppo a disposizione del Gruppo ed in particolare al piu' importante programma per 'frequent flyer' con un numero di partner sempre crescente''. MERCATO INTERNAZIONALE. Per riguadagnare presenza il gruppo franco-olandese prevede il sostegno ad Alitalia anche con la sua forza di vendita. Entrando in Air France-Klm, Alitalia potrebbe rafforzare il posizionamento del gruppo quale leader europeo in grado di competere con i piu' importanti player in Nord America ed Asia.